giovedì 8 dicembre 2016

I tempi, i diaframmi e la disciplina delle cose semplici.

Accade da molti anni ormai di vivere in un mondo dominato dalla comunicazione di massa, anzi, per dire meglio, della comunicazione alle masse. E questo lo sappiamo. Ma troppo spesso ci dimentichiamo che le masse siamo noi, le masse sono quelli che sono costretti in questo disequilibrio planetario ad assorbire, ad ascoltare quello che viene raccontato e rappresentato, perché da una parte non hanno un reale potere di conoscere le cose decisive che accadono nel proprio paese e nel pianeta tutto e, dall'altro, non hanno nessun mezzo potente per informare un numero significativo di "altri" rispetto alle cose che invece accadono intorno a loro e di cui sono testimoni. 
Le masse siamo noi, quelli che finiscono per vivere in una gigantesca bolla la cui aria è costituita appunto da quelle informazioni che i pochi con il potere di farlo inseriscono ad arte. E cosa succede dopo tanta esposizione a quest'aria viziata? Succede che ne siamo completamente pervasi e la respiriamo senza più accorgercene e diventiamo protagonisti di scelte e di vite che nemmeno più ci appartengono.
Questa banale metafora in cui l'aria che respiriamo è paragonata in maniere elementare all'informazione alle masse – cioè alla conoscenza delle cose che accadono lontano da noi, là dove noi non stiamo fisicamente, non siamo presenti con gli occhi e le orecchie aperte e liberi da condizionamenti – mi è venuta in mente in queste ore in cui sono stati pubblicati i risultati del referendum costituzionale del 4 dicembre 2016, Santa Barbara! 
Sarebbe troppo lungo e fuori dalla mia capacità di analisi sociologica una descrizione del processo che ci ha portati in questi lunghissimi anni a vivere così, in questo modo improbabile, dove la vita di ognuno e ognuna di noi non fa che peggiorare giorno dopo giorno, dove il progresso è diventato una pagina di storia ingiallita e i protagonisti dell'informazione alle masse ci tengono svegli e allegri artificialmente come con le galline dalle lampade accese nelle stalle. 
Mi limito quindi a scrivere le mie spontanee riflessioni e le racconto in modo oscillante e lievemente sfocato postandole sotto la fotografia di un meraviglioso bocciolo che spunta in purezza da una rosa appassita al Roseto della Villa Reale di Monza. Forza della metafora!
Ascoltiamo volontariamente menzogne, ce ne convinciamo e viviamo come se quella fosse la realtà. E se ne convincono persone che io conosco e di cui apprezzo l'intelligenza, la cultura, l'onestà. Ripetono slogan e frasi che non poggiano su niente e nascondono le verità semplici che potrebbero scoprire facilmente mettendo a nudo quell'informazione manipolata, quell'aria viziata che respirano. 
Ma perché lo fanno? Perché a dosi differenti per ognuno di noi lo facciamo? A quale mondo pensiamo quando continuiamo a convincerci e a ripetere cose false o altamente improbabili che sappiamo essere di parte, motivate da interessi che in fin dei conti non sono i nostri, che potrebbero portare dei benefici per noi effimeri, lontanissimi, o quasi sempre non li portano e – attenzione attenzione – non li hanno portati per niente già in passato? 
Continuiamo a subire anche dopo aver avuto una, due, tre, cento verifiche della falsità e della menzogna di quelle argomentazioni, notizie, analisi. Ci rimettiamo il cappuccio e continuiamo a camminare sorridendo a testa bassa, forse per non piangere. 
Difendiamo poteri forti e stili di vita che non sono nostri, che non raggiungeremo mai e che forse non ci interesserebbe nemmeno raggiungere. Ci iscriviamo idealmente a club esclusivi che ridono di noi e non ci farebbero mai entrare nelle stanze del comando. Non ci ricordiamo di aver sentito parlare, di avere letto dei semplici perché che pure da qualche parte non lontanissima esistono e sono stati svelati fin nei minimi dettagli da coraggiosi individui che li hanno già smascherati. Tutto ci è stato detto ANCHE in un modo differente, vero, più vicino alla realtà dei fatti, tutto è già stato pubblicato: le guerre, le stragi, gli omicidi, le mafie, la politica, il condominio, il lavoro, il clima, le migrazioni e tutto e tutto e tutto. Volendo, sappiamo già tutto. Voltiamoci indietro a guardare lo sviluppo dei grandi fatti della storia recente: tutto era già chiaro e conosciuto fin dall'origine, fin dalle prime menzogne: da Peppino Impastato alla Guerra del Golfo, dalla storia di questo assurdo referendum alle stragi di migranti, da Ilaria Alpi alle bombe di piazza, dagli aerei che esplodono alle cure per l'AIDS in Africa, dall'EXPO vero a quello raccontato.
Mi chiedo allora perché non diventiamo tutti maggiormente osservanti di quella che chiamerei disciplina delle cose semplici che ci dovrebbe far dire: la verità è piccola, quasi sommersa, ma c'è, la conosco ed è diversa da quella che viene raccontata ogni giorno a miliardi di persone, la vado a scavare e magari me ne faccio addirittura portavoce. 
Credo che ciò avvenga perché ormai le masse che vivono artificialmente quelle vite a prestito sono diventate troppo grandi, sono aggressive, sono dappertutto, si sono autoproclamate vincenti (!!!) al pari dei vincenti veri, di quei pochissimi che comandano. Queste masse ci schiacciano, ci soffocano nella nostra piccola diversità, nella nostra accanita e a volte ossessiva ricerca di semplicità. I valori, le convinzioni dominanti non riusciamo più a combatterli perché sono entrati nel cuore dei nostri vicini, dei nostri amici, dei nostri amori e una loro  difesa ci mostrerebbe agli occhi di queste persone come romantici, anacronistici, idealisti, troppo-puri, scomodi, fastidiosi, perdenti, sfigati, secondari, marginali, inferiori. E noi non possiamo permettercelo: siamo troppo deboli, troppo soli, è troppo faticoso, troppo doloroso. 
Ma saremo sempre deboli se continueremo a contarci e immaginarci cosi: uno, uno, uno, uno. Dovremmo pian piano cominciare a contarci uno, due, tre, quattro. In quel caso ci sentiremmo sicuramente più forti. Ma anche questo non basterebbe. Ci vorrebbe anche in questo caso un cambio di prospettiva, dovremmo amare di più la disciplina delle cose semplici. Non basta essere in tanti occorre essere liberi e felici di indossare quella veste da "elementare", da "semplice", e presentarsi noncuranti dell'opinione delle masse che ci circondano, ci giudicano e ci guardano strani da sotto ai cappucci, sapendo che la verità non dobbiamo farcela inculcare ma dobbiamo cercarla e raccontarla al di fuori di interessi di parte concreti o immaginari che siano, e, soprattutto, al di fuori dei nostri interessi personali e della nostra ricerca di potere individuale. Una verità scomoda e dolorosa – che potrebbe riguardare lo stato della nostra vita presente e futura, il nostro lavoro e quello dei nostri figli, le difficoltà dei nostri amici e delle persone che ci circondano, il dolore profondo delle relazioni moderne tra individui vicini e lontani sarebbe sempre meglio di una menzogna, sarebbe meglio conoscerla per quello che è e raccontarsela piuttosto che seppellirla nella polvere. 
Per riportare il pensiero nell'alveo di questo blog dedicato alla fotografia e alla politica, dico che nella mia esperienza di artista, la semplicità di questa disciplina sociale è molto simile a quella che esiste per la fotografia d'autore, dove si racconta il pensiero di un uomo o di una donna attraverso un fotogramma di poesia e di luce. Un prodotto apparentemente complesso, esattamente come la nostra vita sociale, ma costituito in fondo da tanti elementi semplici, elementari, che vanno combinati in una struttura articolata e potente, funzionale come un bilancio di un'azienda, la gestione di una ASL o la riforma di una costituzione democratica
Ecco a cosa penso quando penso alla disciplina delle cose semplici: un processo rigoroso, disciplinato appunto, libero, lungo il quale attingere a valori reali e dare vita a un progetto reale, da condividere, veritiero, che non domandi asservimento a poteri di altri che non diventeranno mai nostri e che non dovremmo nemmeno nominare, una vita di pensiero che non ci costringa a mentire a noi stessi, che sia leggero e libero ma forte e destinato a farci del bene. Quindi, per saltare alla fotografia, non realizzare scatti alla maniera di..., secondo la moda imperante in rete, ma scattare immagini nuove, regolando con lentezza e consapevolezza tempi e diaframmi, mettendo a fuoco per ricercare le verità della realtà che abbiamo di fronte e raccontarle in maniera originale, finalmente nostra.
Da questa semplicità individuale credo possa derivare un maggiore benessere per tutti e anche... un migliore album di foto, in quest'epoca di sofferenza globale per l'occhio e per il cuore. Tuttavia, per fare ciò dobbiamo avere la forza di lasciare da parte i nostri interessi, sì! i nostri interessi spasmodicamente difesi e dedicare una parte importante delle nostre forze alla formazione di un interesse comune, portato verso il più grande numero di persone possibili e non asservirci volontariamente al mondo del potere e dell'interesse privatissimo di pochissimi che di noi, delle masse, non si curano affatto e che... non guarderebbero mai le nostre fotografie perchè non saremo seduti mai nel loro fottutissimo salotto.

venerdì 11 novembre 2016

11_11_11 La nascita del lupo e la "pressione di genere".


Sono passati 5 anni dall'uscita del libro e oggi 11 novembre 2016 posso raccontare un pezzo della sua vita, timida, piuttosto isolata ma coraggiosa: sono fiero di lui! Delle 1490 copie stampate a spese mie oltre 1200 sono state vendute. Quasi una per una, a volte una sola soletta in presentazioni in periferia, altre volte tante insieme in affollate conferenze. Certamente, per un libro senza editore, senza pubblicità, quasi senza libreria e senza recensioni da parte dei pur numerosi professionisti e professioniste della stampa che lo hanno conosciuto, direi che è stato un risultato che mi fa dire "ne valeva la pena". Intanto l'Italia mi sembra ulteriormente cambiata, andando mestamente verso una piccola e silenziosa palude bollente, la tensione sociale è ulteriormente diminuita e le donne continuano ad essere ammazzate dai mariti. Dal canto suo, la pubblicità stradale non fa una piega, continua per la sua strada, non cambia, non si rinnova, passa alle bambine come previsto, continua nella stanca scia di un'epoca maschilista che sta definitivamente tramontando ma loro non possono dirlo e fanno finta di niente. Danno le ultime batoste, gli ultimi micidiali colpi di coda. In questi 5 anni tante altre donne sono emerse sulla scena nazionale e mondiale, nei luoghi del potere a vario livello e ormai si comincia a sentire forte quella che mi piacerebbe chiamare "la pressione di genere", cioè la spinta che non può che essere destinata al successo dei milioni e milioni di donne che negli anni passati e difficilissimi del maschilismo "antropologico", cioè millenario, hanno studiato, hanno lottato, hanno capito, si sono fatte largo. Ora sono lì, a milioni, pronte, che sanno come si fa camminare un treno, come si programma l'economia capitalista e anche quella non capitalista, come si amministra una città, una banca, un corpo dei vigili urbani. Siedono nei banchi alti della politica,  della giustizia, della scienza, molto in alto e ci affiancano pronte a superarci. Dal canto nostro, come fa la pubblicità, noi uomini continuiamo a far finta di niente, crediamo che il nostro potere maschile sia eterno, sia biologico, ma non è più così. Tramontata la clava, inutile il muscolo, oggi si schiacciano tasti leggerissimi, si sfiorano schermi cristallini, si comanda con la parola e l'immagine. Cose immateriali, affidate al pensiero, al sapere-come-si-fa. La rivoluzione è finita, ma nessuno ce lo dice. Sarebbe utile a questo punto addirittura anticipare i tempi e cominciare già a discutere che tipo di potere sarà quello delle donne al potere, che destino avremo noi uomini lentamente scivolati fuori per nostra manifesta incapacità di restare lì, dove si comanda il mondo. Ci vorranno ancora degli anni, ma tutti i processi in via di formazione passano per strade lente e inarrestabili e sarebbe meglio interrogarsi fin da ora su quello che troveremo alla fine del sentiero. 
Intanto, non fate finta di niente anche voi e prendete in mano una delle ultime copie del piccolo, timido libro di un fotografo che tanti anni fa ci aveva creduto. 

giovedì 7 aprile 2016

Il babà, gli amici e Pasquetta

Ci sono luoghi e date che abbiamo il dovere di coltivare come una parte importante di noi, della nostra storia, della nostra vita collettiva e intima. Una di queste date, fusa con un luogo ormai rituale, è la pasquetta a casa di Gabriele e Chiara. Quarello e Vitiello: si sono sposati che fanno pure rima...  e delle loro tre figlie che crescono in fretta come gli alberi di limoni sul terrazzino.
Ci sono andato tutte le volte che ho potuto in questi ultimi anni non tanto per fare un piacere a loro, ma per farlo a me e alle persone che ci sono venute con me. Una casa di traverso al giardino che è messo di traverso al panorama sulla città della Cava, le mie origini, che guardo da lontano come se fosse un film. Ci arrivo sempre che la piccola brace è già accesa e questo è un primo elemento distintivo: si tratta sempre di strutturine pericolanti, timide, troppo piccole e malferme, dove però vengono arrostiti cibi di bontà sublime. Niente fornetti bianchi da villetta al mare, niente sfarzi di barbecù con termoaspiratore: una "gratiglia" o dei blocchi di cemento di colori diversi incastrati in qualche modo dove implacabile arde la brace di legna a metri zero. Sì, qui si mangiano e si bruciano cose a metri zero, o due. I limoni se non stai attento ti possono anche cadere nel piatto se ci stai seduto sotto. 
Descritto così, sembrerebbe un posto dove vai per mangiare e basta, abboffarti spudoratamente anche nel giorno dopo l'abboffata pasquale. E invece no! Io ci vado per farmi una sauna di amicizia, un bagno benevolo tra persone di cui spesso ignoro tanta parte di storia, confondo nomi e cognomi, ritrovo solo qui a pasquetta, di anno in anno. A volte più magri a volte più grassi, come me del resto. L'amicizia di cui sto parlando è un vento tiepido che entra sotto la maglia e ti rende immune dai rafreddori dell'indifferenza cittadina che da troppo tempo mi vortica intorno. Sono persone essenziali, dirette, che si muovono finalmente piano e che hanno la costanza di restare due, tre, quattro ore vicino alla brace per arrostire carciofi (grandi assenti dell'edizione 2016) salsicce, pancette, pane e pomodoro e, da quest'anno, foglie di limone attorno a tutto. Una nuova droga, un delirio di profumo che ha cominciato a foderare ogni pietanza: dal coniglio alle salsicce, bruciacchiando al calore e producendo tizzoni odorosi di costiera e vecchie zie. Mi sento voluto bene e circolo senza meta tra la cucina arredata con la dolcezza sicura di Chiara e il giardinetto dove quel bellissimo coltivatore-dalla-faccia-di-attore-americano di Gabriele ridisegna ogni anno percorsi di improbabili recinti per tartarughe, melanzane, antiche piante di calle, compostiere rigorosamente bio e legna da ardere. Il cibo allora diventa un modo per tenerci più stretti, per offrire all'altro la cosa migliore che sappiamo fare, per mettercela tutta a restare nel solco delle tradizioni con la dose di fiori d'arancio come diceva la nonna ma sconvolta dall'innovazione della cugina che non sappiamo perché sia stata ascoltata. E quando ti sembra che sia finita, quando il babà giace muto nella "guantierina", fiero del suo profilo a piede di elefante che mi ricorda sempre la mia prima comunione, ritornano le salsicce, le migliori della giornata, quelle lasciate ad arrostire da sole in un atto di autocoscienza culinaria a beneficio dei fuochisti che sono rientrati in cucina. E poi i "limoncelli" che però sono fatti con i cedri di Santa Maria del Cedro, il mirto con le bacche "colte" da Gabriele distrattamente in un giardino, con rosoli in bottiglie senza aspettative ma che aspetteresti tutta la vita per averne il contenuto. 
E io in tutto questo benessere do di mano alla mia natura, prendo la mia macchina fotografica e fotografo tutto, pezzi di pastiera, resti di pasta al forno, foglie costodi di pezzettini di coniglio, pastiere semisventrate, bicchierini, piatti unti di olio dal colore dell'oro, limoni e gelsomini profumati. Mi perdo con l'occhio, ma soprattutto col cuore, a immortalare questa semplicità, questa natura che è naturalezza, questa amicizia che si riflette nei vetri gialli di alcool. Mi sembra di fare una cosa importante, scattare delle fotografie "proletarie", dalla parte del popolo che mangia e non dei tipi che vendono, di fare una cosa giusta che deve restare, senza il segno dell'eleganza finta ma della vita vera. Delle foto che siano il nostro distintivo, la nostra memoria semplice e, perciò, rivoluzionaria e avanti.     

lunedì 22 giugno 2015

Vitruvio, il faraone e la Fondazione

Vitruvio sarebbe contento! Vitruvio sarebbe contento? I moderni ormai tributano un omaggio all'architettura che potremmo definire estremo, altissimo, addirittura deferente. Le attribuiscono un valore a sé, svincolata dall'applicazione all'umano per cui è stata concepita e realizzata, come un sentimento sublime, come un altare luminoso dove svolgere rituali (incomprensibili a noi volgo), un'entità astratta – pur nella sua massiccia e devastante materialità – verso cui provare una soggezione addirittura esaltante: starci al cospetto ci lascia piccoli ma ci fa importanti, ci fa appartenere al mondo meraviglioso di quelli che sanno i nomi. 
I visitatori italiani e stranieri della Fondazione Prada di Milano in questa domenica 21 giugno, inizio fulgido d'estate, si perdono lentamente nello spazio architettato come piccoli astronauti: si spostano e si guardano intorno riflessi nel freddo dei cristalli, degli acciai a specchio, degli intonaci d'oro che rimandano le luci di un cielo milanese veramente meraviglioso.
Il personale in abbondanza è schierato senza smagliature ai posti strategici e si sposta rapido su una scacchiera invisibile indossando impeccabili divise d'ordinanza che conferiscono loro un aspetto di piccoli guardiani e guardiane severi. Si muovono o stanno, circondati dallo straniante silenzio dei volumi rotto appena da basse voci bisbigliate, come si conviene a un santuario.  
Ero venuto per visitare la mostra sulle ripetizioni di modelli scultorei nell'antichità (una mostra curata da uno dei miei miti culturali, stranamente impegnato in questa azione "fuori campo popolare"), ma non sono entrato. A 10 euro per poco più di un'ora ho deciso di non entrare. Sì. Oggi in via eccezionale il biglietto resta intero ma la Fondazione chiude alle 15. Nessuno te lo dice mentre entri. Nessuno te lo dice mentre fai il biglietto. A me lo ha detto un'amica che ho incontrato lì. Arrabbiata. In effetti, resto in coda qualche breve minuto e non sento mai nessuna delle hostess dire alle persone che fanno il biglietto intero che hanno meno di 2 ore per visitare 4 mostre e, addirittura, a due dicono anche che c'è il film da vedere. Nemmeno a me lo dicono finché non lo chiedo (questo almeno fino alle 13:15, momento della mia coda. Poi quando starò per andare via alle 14,15 sento che lo dicono e alcune persone ovviamente rinunciano. Altri pagano e corrono dentro).
Le hostess sono addestrate, come ormai accade in ogni luogo milanese alla moda, ad essere gentilmente scortesi e arroganti, al lavaggio delle mani, al rimbalzo delle lamentele. Chiedo se c'è una riduzione del biglietto ma mi risponde col sorrisetto – d'ordinanza anch'esso – che non è compito suo, non posso chiedere niente, non posso parlare con nessuno. Che loro lo hanno scritto sul sito bello grande e che IO non l'ho visto. Lei e le sue colleghe lo hanno visto vero? Prima di uscire di casa ho guardato il sito per vedere gli orari e non c'era scritto niente, ma lei questo non lo sa perché il sito ha possibilità di accesso da due tipi di ricerca. Se cerchi "Milano Fondazione Prada" ti manda a questa pagina http://www.fondazioneprada.org/visit/visit-milano/ dove NON c'è scritto niente. Se invece cerchi Fondazione Prada Milano ti rimanda a un'altra pagina dove effettivamente ho trovato poi che c'era scritto http://www.fondazioneprada.org/. 
Ho l'impressione, come ho già avuto modo di pensare in passato in situazioni analoghe milanesi, che chi sta dentro si senta un po' superiore a chi sta fuori, anche se fa la hostess a 800 euro al mese con – forse – un contratto a progetto (ma qui non so come funziona il job job).
Lascio la biglietteria e esco all'aperto. Mi siedo al sole negli spazi di cemento, vetro, ferro, alluminio, specchi, tozzetti di legno immersi nella sabbia, materie tagliate in ogni forma per concorrere a un'architettura, diciamolo pure, performante assai.
Le persone fotografano ossessivamente tutto quello che possono, naturalmente coi telefoni, si fanno ritratti allo specchio (come se non ne avessero uno a casa, ma qui è qui!), scattano competenti foto ai dettagli architettonici, ai tubi, alle scale, alle lamiere, alle passerelle traforate, ai bagni con 4 rotoli di carta igienica che scendono a secondo del peso specifico di ognuno dettato dalla quantità di carta (geniale!!!!). Fotografano tutto e lo mandano agli amici! Addirittura una ragazza all'uscita fotograferà i manifesti pubblicitari che stanno come giganti per strada. Per fortuna fanno tutto in silenzio. 
Ero venuto per fotografare i marmi con la machina con la pellicola, volevo sentirmi un po' a casa, ma resto amareggiato e non scatto niente. Sono seduto sotto un albero tarchiato e immagino di avere accanto Vitruvio e discutere con lui. Certo, non possiamo immaginare cosa direbbe un uomo di tanti secoli fa davanti a una faraonata del genere in cui l'elemento uomo non sembra al centro della storia. Non lo so. Gli chiederei se è d'accordo con me, semplice uomo dentro l'architettura, che il progetto sembra escludermi, estraniarmi, sembra sopravanzare l'uomo, sopravanzare me.  Aspetto la sua risposta e sono quasi le due.
I visitatori continuano ad entrare dai cancelli apertissimi. Ritorno dentro. Giù. Ritiro lo zaino e approfitto per chiedere alla guardarobiera perchè non mi ha avvertito nemmeno lei quando ho depositato lo zaino che avrebbero chiuso prima. Mi risponde candida che oggi chiude prima (a prezzo sempre intero) perché c'è un evento della moda. Lo dice come se fosse un evento soprannaturale, irrefutabile, imprescindibile, divino quasi. Le chiedo come mai non mettono un cartello, una fotocopia per quelli che sono usciti meschini di casa senza prima collegarsi a internet e mi dice che "non è nello stile Prada mettere i cartelli". Esco sconfitto e muto. Chissà cosa avrebbe pensato Vitruvio dello stile Prada.
Me ne vado in bicicletta e arrivo a viale Umbria dove credo di aver beccato un funerale cibernetico, fantascientifico: macchine nere a profusione, pulmini neri, persone giovani (femmine) e adulte (maschi) tutte vestite di nero. Serissime e impassibili stanno per strada dappertutto. Aprono le portiere nere dalla seconda fila e faccio fatica a passare vivo sul viale dove si sta tenendo questo funerale faraonico. Si vede che oggi è la giornata dei faraoni. Invece capisco che si tratta anche qui di un evento. Si un magnifico evento dedicato alla vendita dei vestiti italiani cuciti all'estero a persone che probabilmente risiedono in maggioranza all'estero. Chiedo ai due vigili che sono lì a sorvegliare il funerale faraonico perchè non liberano la strada e garantiscono la sicurezza ai passanti sul viale, mi risponde che non può perché sono lì per salvaguardare l'incolumità dei cittadini che passano davanti all'evento, non sulla corsia opposta e che sono pagati dalla ditta dei vestiti e che sono solo due e che ce ne vorrebbereo almeno otto ma i privati non vogliono pagarne otto e che non può menneno chiamare la centrale con la radio perchè tanto un'altra macchina non gliela mandano e che ho ragione ma che non può farci niente.
Anch'io non posso farci più niente. Faccio accomodare Vitruvio sulla canna della bicicletta e lo invito a mangiare in un all you can eat cinese.

mercoledì 18 febbraio 2015

Famà che torna in Africa


Il 3 maggio 2010 ho postato un testo dal titolo Famà http://icofotografico.blogspot.it/2010/05/fama.html in cui raccontavo un episodio della mia vita che mi ha regalato una grande felicità. Era l'incontro con un uomo venuto da lontano, dal Senegal, che da allora è diventato uno dei miei più grandi amici.
Oggi scrivo di nuovo di lui perché questa mattina è successa una cosa tremenda che da tempo sentivo e temevo: mi ha chiamato al cellulare, con voce triste, dicendomi che aveva deciso di tornare in Africa. Per la prima volta gli ho sentito pronunciare questo nome geografico; le altre volte aveva sempre detto Senegal. Non so perché lo abbia fatto, forse perché la sua grande terra lo sta chiamando per salvarlo dalla nostra e lui le rende un tributo ancestrale, antico come le lacrime che gli bagnavano gli occhi di mogano stamattina davanti alla farmacia di via Maiocchi. Già altre volte mi aveva detto che avrebbe voluto tornare, ma che lo avrebbe fatto solo dopo aver ottenuto il permesso di soggiorno, in modo di poter rientrare in Italia liberamente. 
Allora abbiamo messo insieme dei soldi, tanti, per fargli versare i contributi per l'emersione da un lavoro nero inventato (lui che di lavoro non ne ha mai avuto nemmeno uno nero) e li ha versati puntualmente dopo che un amico lo ha iscritto in un libro paga aziendale di cui lui ignora persino l'esistenza. Ha versato contributi al sistema previdenziale italiano con soldi che altri suoi connazionali ed io, insieme al mio fratello Pino, gli abbiamo regalato. Sì, perché ho imparato che loro sono abituati così: se ti servono dei soldi io te li do. Non importa se sono povero o ricco: se ne ho pochi te ne do pochi, ma lo faccio come si fa una cosa naturale. 
Insieme abbiamo passato tantissimo tempo, forse più di quello che io abbia trascorso con qualsiasi altro mio amico maschio in tutta la vita. Ci siamo raccontati la vita e gli ho insegnato un lavoro, il mio lavoro. L'ho portato con me a montare le mie mostre in giro per l'Italia, dandogli quella dignità di uomo e di lavoratore che gli spettavano molto più delle mortificazioni del venditore di collanine. Ho rischiato per lui e con lui introducendolo in luoghi di lavoro pubblici senza alcuna copertura assicurativa e senza alcun permesso di soggiorno: clandestino lui, incosciente io. Ma siamo stati felici, abbiamo riso, ci siamo confidati pensieri, ho suonato per lui le nenie del suo paese per farlo sentire come a una festa in mezzo alla sua famiglia. Ora tutto questo deve finire perché "non va bene questo" come lui ripete sempre. Ha finito da tempo di vendere accendini che nessuno gli compra più e anche le piccole elemosine sono estinte. Non va bene questo, me ne devo tornare in Africa. 
Non ho tempo per pensare a me e a quello che sto perdendo. Ora devo fare delle altre cose per lui. Presto. Devo mettere insieme i soldi per permettergli di acquistare il biglietto aereo di linea e farlo tornare al più presto al suo paese, dignitosamente, senza poliziotti alla frontiera e senza problemi al rientro a casa, come se fosse stato un viaggiatore di un lungo viaggio in un paese che non aveva niente per lui. 
Se io potessi farlo da solo, domani mattina Sidì sarebbe già su un volo che lo riporterebbe dopo tanti anni a casa da sua moglie e da un figlio che poco ricorda. Pronto a partire con i suoi 23 + 23 kg di bagaglio da stiva e 8 kg di bagaglio a mano, perché, come tutti i migranti, sa già tutto delle compagnie aeree e dei loro regolamenti bagagli. Ma questo biglietto non posso pagarglielo io. Non da solo. Non ce la faccio più neanche io. Posso solo chiedere a tutti gli amici e le amiche che lo hanno conosciuto in ICHOME di aiutarmi ad aiutarlo. Aiutarmi a mandarlo via da qui al più presto. Ognuno metta insieme quello che sente di poter offrire e lo consegni a me che lo consegnerò a lui. E lui se ne tornerà alla sua Africa, così com'è venuto quella volta da me, con un passo lento e il sorriso di un uomo buono.

giovedì 15 gennaio 2015

La bella e le bestie

Prima di entrare dal vicolo in salita in Via Garibaldi di Genova chiedo alle mie allieve e ai miei allievi di fermarsi un attimo prima di svoltare: volevo introdurre loro il concetto della "sorpresa" nella fotografia d'autore, rispetto a uno scenario magnifico, sorprendente, unico che sta per aprirsi ai nostri occhi e che finora è sfiggito alla nostra conoscenza. 
Si fermano poi ripartiamo ed entriamo nella strada più bella d'Italia (tra quelle che io ho visto finora e secondo la mia opinione). Lo stupore è quello prevedibile e la percorriamo in lungo e in largo prima annusandola, poi fotografandola dopo pranzo. 
In questo ultimo momento di riprese libere sul tema della strada in questione anch'io punto il naso all'insù e capisco cosa mi aveva infastidito fino a quel momento: le luminarie natalizie, non tanto in se stesse, quanto piuttosto nella maniera in cui erano fissate ai palazzi. Corde, cordine, cordoni, lacci e laccetti disordinati e orrendi deturpavano in un momento di massima affluenza turistica le parti basse delle facciate dei magnifici palazzi. Le parti basse, cioè quelle più vicine al visitatore. Affreschi e sculture compresi. 
E allora la sospresa vera e propria è stata quella di scoprire come anche un patrimonio di tale grandezza (UNESCO) sia affidato – in un tentativo di addobbo e di presuto abbellimento – all'attività cialtrona e incurante di qualcuno che ne è responsabile ma responsabile non dovrebbe esserne. Non è colpa dell'operaio che lega, tira, arrotola ma dei funzionari, architetti, sindaci e vicesindaci che tutte le mattine passano di là e non ci trovano evidentemente niente di strano. Il municipio è esattamente lì.
Restiamo sorpresi. Fotografiamo. Raccontiamo. Chiamiamo a rispondere. Insomma, facciamo politica con la macchina fotografica. Liberamente.

martedì 15 luglio 2014

Voleteci bene!

Su un muro dell'Ostello Bello di Milano c'è la scritta "Sparate pure al pianista ma al piano voleteci bene". Mi è venuta in mente pensando alla navigazione della nuova ZATTERA # 11 di ICHOME il cui imbarco è previsto per giovedì 17 luglio 2014 alle 19 presso la Key Gallery di Via Borsieri, in collaborazione con l'associazione Carmilla. 
Quelli che hanno seguito tra il 2009 e il 2012 le 10 zattere precedenti ai tempi di via Carpi e via Stoppani sanno cosa siano e hanno condiviso lo spirito che le ha animate. 
Scrivo quindi per gli altri, quelli che sulle zattere non ci sono ancora saliti.
Il concetto principale è la sopravvivenza, come recita anche il titolo della mostra esposta contemporaneamente nella galleria, su un legno delicato e apparentemente debole ma  inaffondabile e facile da conquistare anche in mezzo al mare: un legno su cui ci si può salvare la vita.
Su quelle zattere sono saliti pensieri, dolori, gioie, aspirazioni, amici e amiche, narratori, poetesse, madri soccorritrici di piccoli sventurati, scrittrici mirabili di Sardegna, portatrici di valori usciti dalle condanne carcerarie, migranti e migrazioni, antimafia e lotte sociali, ceramiche, libri, collane e fotografie sostenibili.
Poi...a dicembre 2012 abbiamo dovuto tirarla a secco, Paola e io, la zattera ideale, perché la crisi ci aveva stroncato. L'ultimo negozio ha chiuso il 23 dicembre di quell'anno sulle note di clarinetti, fisarmoniche, cantici di ringraziamento e tante lacrime. 
Per quasi 20 mesi le zattere sono state abbandonate sulla spiaggia sommerse dalle alghe delle difficoltà contingenti, dalle sofferenze personali e anche dall'indifferenza, tutti elementi negativi che hanno allontanato energie e cuori dalle cime e dalla rotta.
Ora l'ho ributtata in mare con ambizioni piccole piccole ma vive, ho creato il progetto sei x sei, fatto di fotografie mie di ricerca che – ancor più delle altre presentate in ICHOME – stravolgono il mercato ufficiale e stitico della fotografia d'autore in questa nazione. Si tratta di piccolissime stampe che riducono ulteriormente il costo di produzione e il loro valore commerciale pur presentandosi in splendidi passepartout da collezione (regalatimi dall'amico Ermes Miceli). Dentro trovano posto stampe di 6 x 6 cm in bianco e nero e a colori che continuano a narrare la storia di un artista indipendente che ha deciso ancora una volta di non mollare, di cercare a continuare, camminando sempre più piano e respirando a bassa voce. Ma... come dice il mio fratello adottivo Pino Piatti "la sostenibilità va sostenuta", l'arte sociale, quella sostenibile e l'arte indipendente in generale, vanno sostenute perché la morte lavorativa di un artista indipendente è una perdita per tutti. Ecco allora che ritorna la frase dell'inizio per fugare i sospetti di personalismi: seguite il mio lavoro (e ora che è molto economico acquistatelo pure, se volete) per aiutarmi a continuare, ma prima di tutto sostenete l'arte indipendente dovunque essa di annidi, si nasconda, stia soffrendo. Gli artisti sociali, indipendenti, hanno bisogno che gli si rivolga sempre la stessa domanda, qualunque sia la loro arte: cosa possiamo fare per te? E la risposta più bella è sostenerci, aiutarci, far circolare le nostre opere, discuterle, magari criticarle, salire sulla zattera # 11 e, soprattutto, all'arte... voleteci bene! 

venerdì 7 febbraio 2014

finalmente una citazione anch'io

C'è una cosa che ho sempre odiato nella vita (ammesso che si possa odiare una cosa) e sono le citazioni degli autori letterari e le persone che le utilizzano, anche se ben scelte e appropriate al discorso. Tuttavia, oggi ho letto le parole di una grande quanto misconosciuta (cioè ignorata dai grandi editori italiani perché poco avvezza alle smancerie, ai compromessi e alle ruffianerie) autrice della letteratura italiana, Savina Dolores Massa, in un'intervista a uno dei pochi giornalisti che si avventurano fin laggiù, nella Patagonia meridionalis oristaniensibus sardiniae.
Allora anch'io, correndo il rischio di odiarmi quando leggerò, faccio una citazione! Lei dice, riferendosi alla sua scrittura e ai suoi personaggi, qualcosa che io penso sempre e che non avrei saputo dire con altrettanta bravura. Non essendone capace, prendo le sue parole e ve le giro, chiedendovi di sostituire ai suoi personaggi le scene delle mie opere fotografiche di cui, onore grande, due sono finite a fare da copertina dei suoi due libri che l'intervistatore riconosce come più trasparentemente sociali. Sarà un caso? Non credo. La seconda parte riguarda la poesia che pervade le sue storie e le mie fotografie.
"Considero l’esistenza la migliore fonte teatrale da cui attingere. Anche volendo impedire ai miei personaggi di agire come preferiscono, loro nascono attori. Io conto poco, sono ingovernabili, dormono quando vogliono, dialogano tra loro ignorandomi. Spesso sono consapevole di non essere regista di un bel niente. Raccontare è sempre teatro, e alla fine c’è un sipario che si chiude. A volte applausi, a volte no: questo mi piace molto.
(...) Lei (la poesia) arriva come nebbia sopra ogni mia parola: è inevitabile. Pur cruda sa possedere una sua dolcezza. Non saprei mai scrivere senza la sua compagnia. Certe volte ci provo, snaturandomi, ma torno all’istante dalla mia anima."
Grazie Savina, amore mio.

lunedì 3 febbraio 2014

Mi guardo la faccia e mi tengo compagnia. Con tenerezza.

Guardo qualcosa che non c'è. Appoggiato alla ringhiera del porto di Genova durante gli ultimi minuti di una bella giornata di workshop trascorsa con le mie allieve e allievi del corso base di quest'inverno. Arriviamo a Genova in una giornata abbastanza calda e ci muoviamo piano nel centro storico. Alla fine mi appoggio ai ferri sul mare e nel mettermi in posa per un ritratto mi perdo a guardare nel vuoto. 
Ora che mi vedo in questo ritratto mi faccio tenerezza: non sono più giovane e i segni degli anni si misurano nella pelle più rovinata, nelle rughe sotto gli occhi, nei capelli bianchi che spuntano dal basco nuovo, nel silenzio dello sguardo. Il pullover ha almeno 15 anni e, lui sì!, si mantiene giovane. 
Ma cosa sto guardando? a cosa penso? Sicuramente penso ai giorni che stanno per venire, al giorno dopo, 27 gennaio in cui farò il trasloco dalla mia casa di convivente alla stanza da singolo che mi aspetta. Tanti interrogativi e soprattutto tanti vuoti davanti a me, senza alcuna certezza né sul prima da interpretare, né sul dopo da inventare, necessariamente diverso dal prima.
Ho gli occhi miti e l'espressione di uno che sa che ha perso troppe battaglie nella vita per aver ancora voglia di combattere. Mi sembro stanco dalla faccia e dall'espressione, ma ho una punta di sorriso, un sorriso che direi benevolo verso quello che ancora mi resta da vivere. Poco o molto che sia mi sembra che non vado di fretta.

venerdì 29 marzo 2013

Nel suono del padre e del figlio



Ho fatto bene a dedicare tanto tempo alla fotografia nella mia vita perché, pur nella sua qualità di arte muta, mi ha aiutato a raccontare le emozioni in un modo a me altrimenti impossibile. Nel mio rifugio oltre le parole e oltre le consuetudini umane dei discorsi mi scalda il cuore sapere che in una semplice immagine fotografica la potenza di un fremito, di un brivido, possa essere raccontata, passata, da me a chi ha voglia di sentirla e viverla, senza aggiungere altro, senza altre convenzionali traduzioni. Così il 26 marzo ho vissuto uno di questi momenti della mia vita in cui la fotografia mi ha dato una mano a raccontare: ero seduto per terra sulla balaustra dell'aula magna rosso-e-legno dell'Università Bicocca di Milano e davanti agli occhi scorrevano scene inconsuete e perciò magnifiche. Rettori che parlavano della cultura come nostra salvezza, professori che rivisitavano in toga e cappellino da cerimonia la potenza del jazz come arte e arma rivoluzionaria perché uscita da un altrove che non era la borghesia e aiutava i non-borghesi a riconoscersi, a camminare insieme e anche a lottare per un mondo migliore. Tutto questo convegno di persone e personalità era un tributo a un artista, un musicista, uno dei miei più amati per giunta, a un uomo che si era fatto trombettista quasi da solo a discapito della geografia biologica che gli era toccata. Ed è diventato uno dei più grandi, tanto grande che gli hanno dato una laurea onoris causa non più per la tromba ma per il suo impegno sociale, per l'amore per la sua terra, la Sardegna, ma anche per i suoi paesani, le sue cugine e i suoi amici del bar, quindi per tutti noi. L'umanità che non viene scalfita dal successo è ciò che gli è valso un riconoscimento così elevato. Per essere rimasto uno di noi pur essendo un grandissimo musicista, per non aver dimenticato che il mondo si continua da padre a figlio (il suo piccolo presente in sala) e per non aver dimenticato di discendere da un padre che era stato tutt'uno con la sua terra madre. E quell'omino tarchiato e ormai anziano era lì in prima fila, contorniato da persone che stavano dando anche a lui un tributo che mai avrebbe immaginato di meritare 50 anni prima. Nel suono del padre e del figlio ho sentito la terra madre che si agitava dentro di me, che mi strappava le viscere senza riguardo. Il suono del figlio insieme ai suoni antichi del padre fluivano da cuore a cuore senza perdere la strada. E la fotografia mi ha dato il modo di scrivere questa scena in cui i due uomini sono lì, uno di fronte all'altro, entrambi tamburellando con le dita delle mani sui tasti della tromba o su una testa ormai calva con la pelle disegnata dal maestrale. La compressione dell'immagine dovuta a un mio amato obiettivo che non usavo più da anni, il 200 mm, e la posizione fortunata nella quale mi sono trovato (o forse mi sono andato a mettere) me li ha ravvicinati oltre la fisica percezione degli altri presenti. E la meraviglia è questa: vedere questo figlio famoso che si china con il suo gesto mistico sullo strumento portavoce dell'anima sua e il padre che si gratta la testa con un gesto primordiale, guardandolo da un sipario fuori dal tempo. 

Milano, 29/3/13

martedì 26 marzo 2013

Degli stereotipi, della mafia e dell'artista caduto nel clarinetto

Sono anni che studio la velenosità degli stereotipi nel campo della cultura della violenza sulla donna e della sua continua marginalizzazione nella falsa emancipazione di massa. Tuttavia, sempre più spesso in questi mesi sto riflettendo sulle categorie mentali dello stereotipo e del preconcetto estesi a ogni campo della nostra vita nella società dell'informazione fasulla, nella società dove – forse non a caso – a milioni votano per i delinquenti. 
Tutto è contestuale, dicevano i miei maestri. E il contesto nel suo insieme oggi è scaduto, decaduto, caduto. Noi cittadini, tutte e tutti, siamo diventati la sintesi di un pensiero già misero, la prevedibilità comoda della ripetizione di un'eco, la stanca assunzione di un copione dei potenti banalizzato a copioncino per i peones. E noi camminiamo a piedi! Scalzi.
Non c'è più ufficio, scuola, consiglio, condominio in cui il mondo di dentro, qualunque esso sia, non tratti con sufficienza, arroganza, prepotenza e superficialità il mondo di fuori. Sempre più spesso mi capita di sentirmi dire da un Assessore Boeri di non ritenere di interesse per la cittadinanza milanese un progetto sulla mafia a Palermo senza nemmeno chiedermi di vedere, oppure di ascoltare da vicepreside di una scuola milanese che dichiara non realizzabile un mio intervento artistico sulla lotta alla mafia raccontata ai ragazzini senza nemmeno sapere di cosa io stia parlando, senza chiedermi niente, senza voler sapere: io sto dentro e faccio già fatica, tu resta fuori e non chiedermi niente. 
La miseria interna ci assale come edera alle caviglie, ci rende poveri e diffidenti, miseri e senza dignità. Altro che fratelli e sorelle buonasera. Noi diciamo tutti i giorni fratelli e sorelle affanculo! Di voi non ci interessa nulla.
E così io mi sfibro a collezionare foglietti con infinite serie di numeri di telefono di comuni e regioni d'Italia in cui persone da noi pagate per darci delle risposte non ci sono mai, sono sempre altrove, si stanno sempre occupando d'altro.
Sono inginocchio e con la faccia per terra, scrissi un giorno alla mia dolce amica Savina Dolores Massa, con ogni probabilità una delle migliori menti narrative dell'Italia contemporanea, per rappresentarle con una scena tangibile il mio stato d'animo d'artista indipendente prostrato. 
E me ne vado questuando – quando a fatica mi rialzo – di comune in comune, di segreteria in segreteria, di silenzio in silenzio. E come posso resistere? come posso rialzarmi? Come possiamo rialzarci? Ora, mia adorata Savina, sono seduto con il culo per terra e guardo il mondo da quaggiù: mi manca l'aria e poco sollievo mi viene solo dalle note del mio clarinetto. A volte sogno di esserci risucchiato dentro e di diventare tutt'uno con i tasti e i fori delle note, nascosto dalle chiavi e solleticato dal fiato che corre nel corpo sonoro dello strumento. Come ci rialzeremo Savina amata?  Sento l'immobilità che ci prende tutti e due e prende tutti gli altri come noi che non ce la fanno più. Mille volte abbiamo ricominciato a questuare e mille volte abbiamo sentito il fiato della porta che ci sbatteva sulla faccia o il silenzio di quelle che restavano mute e immobili senza aprirsi. Vorrei che tutti sentissero questo dolore nostro e lo socializzassero, cioè lo facessero loro e lo riducessero a pezzettini dandoci la mano. Ma le sorelle e i fratelli sono distratti, sono affranti, a loro volta sono in ginocchio e non sembrano ascoltarci. Io provo a lanciare ancora questa bottiglietta con un tappo malfermo nelle acque di questo cazzo di oceano della nostra vita. 
Ma forse non desidero più che qualcuno la trovi.  

giovedì 21 marzo 2013

Dal silenzio mio al silenzio tuo. Per sempre. (per non morire di genere)

Dal silenzio mio al silenzio tuo. 
Per sempre.

E io sto zitta 
quando sento le tue urla 
attraverso le pareti di cartone 
che ci dividono però
come muri di pietra
e il tuo pianto
e il tumore della tua faccia
che urta contro uno schiaffo
nei giorni fortunati
e contro un cazzotto
in quelli più bui

e io sto zitto
quando arriva la voce di lui
che ti insulta
"puttana"
e ti soffoca l'aiuto nei denti

E noi staremo zitti
domani mattina
quando ti scontreremo viola sulle scale
con gli occhiali da sole
per mettere a scuola 
i bambini
in un giorno di pioggia

E finalmente 
poter tornare a casa da sola
e concederti il tuo solo lusso:
piangere
senza che nessuno ti colpisca
e nessuno ti veda
e nessuno ti senta

Così, da sola
in questo silenzio nostro
che ti distenderà nel marmo 
nel giorno stesso in cui griderai
non più dolore
ma BASTA

Allora verremo tutti
a salutarti
gelida
se potremo vederti
e ti deporremo vicina alle sorelle
che avevamo già salutato prima.

Una fila scomposta 
e senza fine
che ora diventa invisibile
oltre che muta

E quanto ancora resteremo
in questo silenzio
ad aspettare il marmo
che ci chiuderà sicuri
che noi no,
noi non potevamo far niente
per salvarle

Se solo queste pareti di cartone
potessero prendere vita per un attimo
esse ci sputerebbero in faccia.

Cominciamo a familiarizzare con questo nuovo logo ICHOME PAC (Produzioni Artistiche Condivise). Nel primo giorno di primavera e a tre mesi dalla chiusura della vetrina di via Stoppani nasce ufficialmente la nuova stagione di ICHOME che diventa un marchio di produzione popolare, dal basso, condiviso, cioè mio e vostro, di tutti noi che crediamo nell'arte per cambiare il mondo. Ci sarà la mia arte ma anche la vostra o la vostra partecipazione. Il manifesto è pronto e presto lo posterò. Per il momento vi abbraccio forte e vi soffio leggero sugli occhi, come la primavera. ICO

lunedì 13 febbraio 2012


Un post per soli uomini

Cara Lorella, 
lo uso questo spazio e ti ringrazio di averlo creato. Non è il primo in cui parlano gli uomini, molto si scrive e si pubblica già e di altissimo livello su questi temi; da parte di uomini, rivolti a uomini. Lo "spettacolare" silenzio della nazione maschia nel suo insieme non corrisponde sempre al silenzio di tutti i maschi della nazione. Ce ne sono che parlano e io, lo sai bene, sono tra questi e lo faccio da un tempo tanto lungo da non sembrare vero. Tuttavia, noi pochi che parliamo (e lo facciamo non per piacere alle donne e per arruffianarci un consenso femminile) siamo e restiamo del tutto trasparenti. Lo siamo per le persone comuni e per chi detiene il potere dei mezzi della comunicazione e della politica. Gli esempi non mancano e io, forse, sono quello più inquietante: il mio lavoro, benché costituisca la più ricerca fotografica e artistica del mondo su una città e la sua pubblicità violenta, resta ancora ignorato persino a quelle persone che si occupano di questi temi. Vedo che fingono di non conoscermi parlando di pubblicità sessista come se io non fossi esistito (mentre esistevo in anni non sospetti, quando molte di loro dormivano sonni profondi). C'eri anche tu quando Gad lerner ed io siamo stati premiati come miglior giornalista e miglior artista italiani per le tematiche di genere. Ebbene, dopo quel pomeriggio alla statale il silenzio, mai una mail, mai un invito, mai una piccola condivisione di spazio televisivo. E c'eri tu alla libreria delle donne di milano quando hai presentato l'anteprima del documentario e c'ero anche io, sono passati anni: trasparenza assoluta. Anche il mio adorato Nichi ha ospitato la mia mostra a Bari poi è scomparso, così come La Benelli che ha finanziato (poco) la mostra nelll'hinterland milanese e mai ha voluto conoscere questo artista che si occupava di violenza sulle donne. E mai un articolo sui rotocalchi che dedicano giustamente a te tante pagine ecc. ecc. E, per finire 18 editori che hanno rifiutato, perso il manoscritto o chiesto dei soldi per pubblicare il mio libro che ora è uscito a spese mie e quelle che lo sanno che è uscito fanno finta di non saperlo e non lo comprano. uuuuffffffff. Questa potrebbe sembrare una dolenza mia personale e uno sfogo rabbioso: niente di tutto questo. Io sono una persona serena e ho migliaia di persone che mi sostengono. Unico problema: sono trasparenti pure loro. Professoresse di provincia, studenti liceali con i quali io parlo quasi sempre gratuitamente da anni e anni, persone comuni senza visibilità né potere di rendere visibile il mio lavoro e la mia voce. Questo per dire che quei pochi uomini che parlano (e penso al dibattito altissimo che si sviluppa in maschile plurale, ad esempio e ai libri che escono di lì) restano ignorati o fanno troppa fatica per farsi sentire. Non chiedeteci dunque di parlare come se fossimo stati sempre tutti zitti. Ascoltateci, leggeteci, invitateci, parlate di noi alla televisione, scrivete di noi sui giornali, comprate i nostri libri, frequentate i nostri blog. Noi da soli non ce la possiamo fare! 
Con affetto Ico Gasparri

Commento del 13/2/12 al post di Lorella Zanardo sul blog del fatto quotidiano

domenica 23 ottobre 2011

e le storie si raccontano

  È arrivato il momento di dare alle stampe questo libro che mi ha tenuto compagnia per tanti anni, in attesa di avere le sue piccole parole allineate nell'inchiostro. Domani mattina le avrà e finalmente mi potrò riposare. Sono arrivato alla fine di un lungo sforzo e non so se ci sono arrivato nelle  migliori condizioni e con il migliore prodotto. Importante è esserci arrivato e affidare ora agli altri che lo leggeranno questo mio lungo, travagliato, silenzioso, a volte doloroso, diario. Più di vent'anni impegnati per raccogliere un'idea di riflessione e di lotta civile, passando attraverso  vere e proprie epoche di questo sventurato paese al quale ormai poche cose ci tengono legati se non la retorica dell'esserci nati. Ho combattuto spesso da solo e ora sono felice di vedere che la stessa lotta è diventata patrimonio diffuso. Certo, non mi faccio alcuna illusione, questo patrimonio è ancora larghissimamente minoritario tra le donne e quasi del tutto assente tra i maschi italiani. Ma prima era ancora peggio, molto peggio. E so di aver contribuito a questo lento ma inesorabile risveglio delle coscienze. Non è stata una cosa da poco sentirsi utili. Non è stata una cosa insignificante ricevere tanti ringraziamenti, complimenti sinceri e semplici per aver condotto una così speciale campagna per i diritti civili. Le pagine saranno per molti versi un diario intimo, un racconto accorato e sincero del mio impegno e di quella che anche a me, vista dal dopo, sembra un'inusuale prova di determinazione e di resistenza. Ma ero fermamente convinto che quella cosa lì, cioè la raccolta meticolosa e continua delle immagini per strada, andasse fatta e andasse fatta bene e senza risparmiarsi. E io l'ho fatta così, al servizio delle sole mie convinzioni e della proiezione che nel lontano 1990 avevo fatto circa la deriva ormai sotto gli occhi dell'intero pianeta del nostro ridicolo paese. Gli stranieri ridono di noi, si chiedono cosa facciamo, perché siamo così. E noi fingiamo di non sentirli e continuiamo a credere di essere nel giusto. E io fotografavo, fotografavo, senza un sostegno né un piano ben preciso, senza una data d'arrivo prevista, senza risorse finanziarie, senza sponsor, senza aiuti. Sono semplicemente andato avanti lungo una strada che andava tracciata. Ora la strada c'è e tocca a tutti noi di percorrerla con uno spirito più intransigente e coraggioso. Basta con la leggerezza che ci ha ammorbato per tutti questi anni. Basta con l'accoglienza indiscriminata di idee e persone che non meritano di essere da noi considerate. Facciamo una bella pulizia dentro e fuori da noi e cerchiamo di immaginare un qualche futuro meno sciatto e mediocre. 
A voi non resta che sostenere questo mio lavoro perché l'ho fatto anche a nome vostro, rinunciando a molto per me. L'ho pubblicato senza un editore, perché tutti quelli a cui l'avevo sottoposto lo hanno rifiutato, ignorato, cestinato, perso. Allora me lo sono dovuto anche progettare, impaginare, correggere, stampare, pagare e vendere. Io ce l'ho messa tutta, adesso mi riposo un po' e aspetto gli ordini da parte vostra all'indirizzo ico.gasparri@ichome.it oppure info@ichome.it 
Il libro si "guarda" nella sua parte fotografica sul sito www.ilmaestrodellupocattivo.it
     

lunedì 4 luglio 2011

Ora non è ancora il momento: il viagra e la vagina di cemento.

Unisco nel titolo di questo post tre elementi che, tra gli altri, mi hanno sorpreso e preoccupato al convegno "Donne e non solo, contro gli stereotipi" cui ho assistito oggi 4 luglio 2011 a Milano, indetto da Pari o Dispare. Si presentava il "Manifesto" che varie aziende hanno già sottoscritto, impegnandosi a non produrre più campagne sessiste per reclamizzare i propri prodotti.
Cito a memoria.
1) Anna Maria Testa ci ha spiegato alcune cose già assai note sulla pubblicità sessista e poi ne ha mostrate tre che, secondo lei, erano esempi di buona pubblicità rispettosa. Qui il terreno si fa scivoloso. Già in Francia l'associazione Chiennes de garde aveva deciso, negli anni scorsi, di cancellare il premio per le migliori pubblicità rispettose verso la donna perché, interpretandole da altri punti di vista, decine e decine di persone si sentivano offese anche da quelle vincitrici. Il caso si ripete stamattina davanti almeno a due (per brevità) su tre esempi citati dalla Testa. Il primo è una campagna per il VIAGRA in cui si vede un omino disegnato come sulle etichette delle toilettes che ha tra le gambe un interruttore della corrente sollevato, quindi un pene in erezione. Forza appunto del viagra. L'uditorio ha riso. Nessuna ha pensato davvero su cosa stesse ridendo. Si tratta del farmaco che consente agli uomini, non solo ai vecchietti che non ce la fanno, ma ormai in maggioranza a ragazzi giovani e giovani uomini che non soffrono dell'ansia da prestazione – questo sarebbe già il sintomo di una precaria educazione alla relazione tra generi e all'affettività – ma che vogliono sentirsi gagliardi e tosti molto a lungo come nei film porno, in occasione dei loro incontri sessuali. Ma gagliardi e tosti con chi? Non certo con altri uomini, almeno non nella maggioranza. La pubblicità, a parere mio, è un pessimo esempio di machismo, di volgarità, camuffato con una trovata grafica senz'altro geniale. Quindi attenzione: quella erezione non ci avrebbe dovuto far ridere, ma urlare contro il rinnovarsi ammorbante della cultura del pene che tanta parte ha nello sviluppo della cultura della violenza sulla donna, che pure questa mattina è stata più volte richiamata.
2) Il secondo caso, sempre presentato dalla Testa, è quello della pubblicità Tampax. La scena rappresenta una fotografia aerea in cui campeggia al centro una grandissima diga in cemento armato e, a monte, un magnifico lago blu. Anche qui sorrisi e consensi. Io, invece, rivendico il diritto di dissociarmi, di avere una visione meno allegra del problema e di mettere in risalto alcuni elementi che ritengo inquietanti. Se quella è una pubblicità della Tampax, azienda che produce assorbenti, come tutti sappiamo dalla più tenera età, quel lago immenso è sangue mestruale e la diga una vagina. Le montagne intorno, a pensarci bene, sono due gambe orribilmente allargate. Io inseguo da 35 anni la rappresentazione simbolica nella fotografia d'arte astratta e non faccio fatica a riconoscere questi segni, ma credo che questo scenario simbolico fosse davvero alla portata di tutte. La risata inopportuna sul sangue blu andrebbe allora spiegata alle ragazzine che hanno vergogna e paura del primo mestruo, alle donne che si sentono a disagio, sporche e inadeguate durante il ciclo. E noi che facciamo? Lo trasformiamo addirittura in un lago, in una massa gigantesca di fluidi che dovranno passare per quella diga/vagina in cemento armato. Anche in questo caso l'esempio mi appare quanto meno inadeguato e chiederei maggiore lentezza e riflessione nel presentare soprattutto i casi che riteniamo positivi, perché rischiamo di approvare interi filoni di rappresentazione.
3) L'associazione Pari o Dispare ha ricevuto l'adesione di 40 aziende che hanno sottoscritto l'appello. Una di queste, Ampliphon, ha presentato in sala uno spot che ha registrato l'approvazione implicita del consesso presente. Cito a memoria, proprio per capire cosa mi sia rimasto in mente delle scene viste. L'azione di svolge in discoteca, non una di quella per giovani scatenati ma una sala per adulti, seduti al tavolo ad ascoltare un gruppo musicale. Appunto, la prima inquadratura è significativamente dedicata alla cantante del gruppo che sfoggia un tubino nero molto aderente e si dimena sul palco, tra musicisti uomini. Si passa poi al primo piano in cui vediamo un uomo con una camicia piuttosto sciatta e spettinato che parla ad una donna ben vestita, presentata con la testa tutta chiusa in una gigantesca bolla di sapone. Lei non sente bene, in quanto appunto ipoudente, e lui, l'uomo, le racconta come può risolvere un problema da lui già risolto. Si vede allora l'uomo, questa volta elegantemente vestito (il rispetto per il cliente!), che entra in un negozio Ampliphon, accolto da una venditrice donna che gli calza con mani dolci l'apparecchio sulle orecchie. Poi c'è la scena di lei che fa la stessa cosa ed esce contenta dal negozio. Ebbene, vediamo cosa non mi è piaciuto. La donna che canta sinuosa sul palco: inutile l'inquadratura e si poteva sostituire con un cantante uomo o con un gruppo interamente femminile, vestito più rock e meno seducente. L'uomo sa qualcosa che la donna non sa. Pessimo esempio di machismo. La donna è sempre indietro, non sa niente, ha una bolla di sapone in testa, e ha bisogno dell'uomo che le dia i consigli per risolvere un problema così importante. Si potevano usare: 1) un uomo che consigliava un altro uomo (anche se stiamo parlando della versione femminile dello spot, quella maschile non ce l'hanno mostrata) 2) una donna che consigliava la donna 3) una donna che consigliava un uomo. La scelta, la più maschilista, era proprio la quarta: l'uomo che consiglia una donna. Quando poi c'è da "prendersi cura", ecco apparire la donna commessa che sistema con mani dolci e suadenti l'apparecchio sull'orecchio dell'uomo/cliente. La scena analoga, cioè quella delle mani della donna commessa che sistemano l'apparecchio sull'orecchio della donna non si vede. Questi piccoli segni sono certamente scappati di mano ai creativi, ma occorrerà che per il futuro tutte queste sbavature siano limate per rimanere nel club delle aziende rispettose senza destare fastidi nel pubblico/cliente.
4) Concludo con una cosa più grave, chiedendo scusa in anticipo all'interessata se per caso io non abbia capito bene quanto ha detto. Sto parlando della direttrice generale dell'UPA (che però preferisce farsi chiamare Direttore Generale) che ci ha raccontato un episodio dai contorni assai preoccupanti: l'UPA organizza ogni anno un master in comunicazione pubblicitaria a Venezia per il quale hanno a disposizione 30 posti. Ricevono mediamente 100 domande da candidati e 100 da candidate, quindi la selezione è abbastanza dura. Dopo aver espresso ancora una volta le lodi delle ragazze che sono più brave a scuola e nei concorsi e lamentato ancora una volta la loro difficoltà nell'emergere nel mondo del lavoro, ci ha candidamente dichiarato (e qui vorrei una conferma) che una volta scrutinati i compiti e i test il risultato vorrebbe vincitrici 70 donne e 30 uomini ma.... Colpo di scena! In nome di non si sa bene cosa, le graduatorie vengono "riconsiderate" e il numero dei vincitori messo "a pari opportunità": 15 e 15. Non so se ho capito bene ma finora me la sono cavata con le orecchie.
Tutto questo per dire che il terreno della comunicazione pubblicitaria non è cosa semplice e che il confronto va fatto con quelli che sono più "estremi" di noi, non con coloro che ci rassicurano sulle nostre tesi. Il sessismo è un animale infido e la sua tolleranza inconscia da parte delle donne, anche di quelle progressiste, è un atteggiamento ancora troppo diffuso per sperare in risultati concreti. Mi piacerebbe che tutte esagerassero un po', per un periodo iniziale, nel segno del rispetto massimo di tutte le persone che potrebbero essere urtate dalle campagne, specialmente quelle stradali che sono a fruizione obbligatoria. Mi piacerebbe allora che Emma Bonino, per me una luce nel panorama politico, ma anche umano, del paese, usasse tutta la sua forza comunicativa per alzare il livello dell'analisi e chiedere a tutte di non accontentarsi di letture "morbide". Le aziende che vorranno firmare l'ottimo manifesto dovranno dare veramente prova di essere severe ed esigenti verso se stesse. Solo allora potremo cominciare a sorridere. Ora non è ancora il momento.

Ico Gasparri
4 luglio 2011

lunedì 27 giugno 2011

Concita De Gregorio e Rosy Bindi: due richieste di dimissioni a confronto


Premessa: per discutere di alcuni argomenti occorre procedere con molta calma e cercare di spiegarsi bene. L'argomento cui sto alludendo non è la denuncia delle due pubblicità sessiste in oggetto – che per me è chiara, decisa, necessaria, tardiva e sempre troppo morbida – ma la scelta da parte mia di chiedere a due persone che occupano posizioni ben al di sopra del mio statuto di semplice cittadino di lasciare le proprie responsabilità, non avendo, è evidente, nessun poter io per chiedere loro di ascoltarmi.
Stiamo parlando addirittura della direttrice (ora ex) di quello che da giovane è stato uno dei miei giornali di riferimento e della presidentessa di quello che prima del deragliamento fu il mio partito. Ambizioni troppo alte? Mi permetto di rispondere di no. È proprio al singolo cittadino o alla singola cittadina che deve essere demandato questo compito arduo di chieder conto direttamente ai dirigenti di giornali e partiti delle loro azioni. Noi non abbiamo potere, loro sì, ecco perché siamo da ascoltare. Noi "semplici" non abbiamo niente da difendere, non abbiamo interessi derivanti da queste dimissioni: io non voglio diventare direttore dell'Unità e men che meno presidente di questo PD. 
In che cosa hanno sbagliato queste due donne? 
Innanzitutto, non si sono guardate intorno. Questo è gravissimo. In un contesto sociale sbilanciato a sfavore delle donne e in rapida evoluzione come il nostro, in cui la deriva maschilista governata dal manipolo Berlusconi-La Russa- Calderoli-Bossi-ecc-ecc ha toccato vertici drammatici, ogni starnuto, ogni battito di ciglia, ogni piccolo segno da parte delle donne al potere (e ovviamente anche dagli uomini al potere) deve essere attentamente studiato per cancellare ogni possibile similitudine con l'impero del machismo italiano. Altro che vento che cambia, qui ci vuole un uragano in senso contrario. Altro che minigonne svolazzanti, cosce di fuori, culi in primo piano, testa mozzata, altro che ammiccamenti, citazioni di film e ironie varie. Occorre aprire gli occhi e non commettere nemmeno un passettino falso.
Secondo errore. Una volta uscite le pubblicità e sollevato il clamore delle "semplici" cittadine e dei "semplici" cittadini (addirittura), le due donne hanno entrambe sostenuto un'improbabile linea di difesa e di minimizzazione, come se le persone indignate fossero delle anime stupide e non avessero in mente alcuna strategia di comunicazione in proposito. Una donna (o un uomo) al potere deve saper riconoscere i propri errori e ammetterli con modestia e umiltà. Anche dalla modalità e dal contenuto della risposta – più o meno fuori luogo – dipende la pertinenza della mia richiesta delle dimissioni. La prima donna – che aveva inoltre affidato la campagna a un recente campione di sessismo pubblicitario, autore di altre campagne contestatissime prima e dopo –  si difese malissimo, citando Gramsci (!!!) e affermando che il sedere in questione fosse il suo, come se questo avesse potuto migliorare le cose. La seconda ci ha spiegato che la differenza di opinioni è una cosa bella, così tutte insieme ci ritroviamo per un bel dibattito sul tema. 
Ecco perché chiederei nuovamente le loro dimissioni. Perché nessuna delle due ha proposto un rimedio e nessuna delle due si è scusata. 


Ico Gasparri
27 GIUGNO 2011


palafitta n. 7
per Donne della realtà

venerdì 8 aprile 2011

A Giuliano Pisapia da Odisseo


Caro Giuliano,
ieri sera abbiamo letto Omero pensando che questo fosse un modo utile per sostenere la tua campagna, la nostra campagna, elettorale.
Amiche e amici, simpatizzanti, compagne e compagni sono entrati nei 15,75 mq di ICHOME, il mio negozio di frontiera, cioè per una fotografia contemporanea sociale e sostenibile, per sentire questi versi antichi che parlavano di viaggio, di naufragio, ma anche di amore, di ritorno e di vittoria.
Ci siamo alternati nella lettura dei versi e una grande energia è circolata tra di noi. Tutti sicuramente stavano pensando che anche dalla cultura rinasce una città così avvilita come la nostra dove, tuttavia, potenti forze resistono allo schiacciamento e sono ancora fresche e pronte a ripartire. 
Il tema che ho scelto per la nostra serata è stato quello dello straniero e del nostro sguardo sulle migrazioni, sull'accoglienza e sulla fraternità. Questi, credo di poter interpretare il pensiero i tutte e tutti, erano i battiti del nostro cuore ieri sera e all'unisono sono volati al pensiero che sarebbe bellissimo poter tornare a vivere fuori da queste tenebre, allargando il nostro orizzonte ai valori intramontabili che la cultura e l'arte ci trasmettono.
Noi ci siamo e ci saremo, soprattutto dopo, quando occorrerà ricostruire. Ma, per fortuna, noi non dobbiamo improvvisare.
Un abbraccio fraterno

Ico Gasparri

artista sociale e fotografo

Milano 8/4/2011