venerdì 29 marzo 2013

Nel suono del padre e del figlio



Ho fatto bene a dedicare tanto tempo alla fotografia nella mia vita perché, pur nella sua qualità di arte muta, mi ha aiutato a raccontare le emozioni in un modo a me altrimenti impossibile. Nel mio rifugio oltre le parole e oltre le consuetudini umane dei discorsi mi scalda il cuore sapere che in una semplice immagine fotografica la potenza di un fremito, di un brivido, possa essere raccontata, passata, da me a chi ha voglia di sentirla e viverla, senza aggiungere altro, senza altre convenzionali traduzioni. Così il 26 marzo ho vissuto uno di questi momenti della mia vita in cui la fotografia mi ha dato una mano a raccontare: ero seduto per terra sulla balaustra dell'aula magna rosso-e-legno dell'Università Bicocca di Milano e davanti agli occhi scorrevano scene inconsuete e perciò magnifiche. Rettori che parlavano della cultura come nostra salvezza, professori che rivisitavano in toga e cappellino da cerimonia la potenza del jazz come arte e arma rivoluzionaria perché uscita da un altrove che non era la borghesia e aiutava i non-borghesi a riconoscersi, a camminare insieme e anche a lottare per un mondo migliore. Tutto questo convegno di persone e personalità era un tributo a un artista, un musicista, uno dei miei più amati per giunta, a un uomo che si era fatto trombettista quasi da solo a discapito della geografia biologica che gli era toccata. Ed è diventato uno dei più grandi, tanto grande che gli hanno dato una laurea onoris causa non più per la tromba ma per il suo impegno sociale, per l'amore per la sua terra, la Sardegna, ma anche per i suoi paesani, le sue cugine e i suoi amici del bar, quindi per tutti noi. L'umanità che non viene scalfita dal successo è ciò che gli è valso un riconoscimento così elevato. Per essere rimasto uno di noi pur essendo un grandissimo musicista, per non aver dimenticato che il mondo si continua da padre a figlio (il suo piccolo presente in sala) e per non aver dimenticato di discendere da un padre che era stato tutt'uno con la sua terra madre. E quell'omino tarchiato e ormai anziano era lì in prima fila, contorniato da persone che stavano dando anche a lui un tributo che mai avrebbe immaginato di meritare 50 anni prima. Nel suono del padre e del figlio ho sentito la terra madre che si agitava dentro di me, che mi strappava le viscere senza riguardo. Il suono del figlio insieme ai suoni antichi del padre fluivano da cuore a cuore senza perdere la strada. E la fotografia mi ha dato il modo di scrivere questa scena in cui i due uomini sono lì, uno di fronte all'altro, entrambi tamburellando con le dita delle mani sui tasti della tromba o su una testa ormai calva con la pelle disegnata dal maestrale. La compressione dell'immagine dovuta a un mio amato obiettivo che non usavo più da anni, il 200 mm, e la posizione fortunata nella quale mi sono trovato (o forse mi sono andato a mettere) me li ha ravvicinati oltre la fisica percezione degli altri presenti. E la meraviglia è questa: vedere questo figlio famoso che si china con il suo gesto mistico sullo strumento portavoce dell'anima sua e il padre che si gratta la testa con un gesto primordiale, guardandolo da un sipario fuori dal tempo. 

Milano, 29/3/13

martedì 26 marzo 2013

Degli stereotipi, della mafia e dell'artista caduto nel clarinetto

Sono anni che studio la velenosità degli stereotipi nel campo della cultura della violenza sulla donna e della sua continua marginalizzazione nella falsa emancipazione di massa. Tuttavia, sempre più spesso in questi mesi sto riflettendo sulle categorie mentali dello stereotipo e del preconcetto estesi a ogni campo della nostra vita nella società dell'informazione fasulla, nella società dove – forse non a caso – a milioni votano per i delinquenti. 
Tutto è contestuale, dicevano i miei maestri. E il contesto nel suo insieme oggi è scaduto, decaduto, caduto. Noi cittadini, tutte e tutti, siamo diventati la sintesi di un pensiero già misero, la prevedibilità comoda della ripetizione di un'eco, la stanca assunzione di un copione dei potenti banalizzato a copioncino per i peones. E noi camminiamo a piedi! Scalzi.
Non c'è più ufficio, scuola, consiglio, condominio in cui il mondo di dentro, qualunque esso sia, non tratti con sufficienza, arroganza, prepotenza e superficialità il mondo di fuori. Sempre più spesso mi capita di sentirmi dire da un Assessore Boeri di non ritenere di interesse per la cittadinanza milanese un progetto sulla mafia a Palermo senza nemmeno chiedermi di vedere, oppure di ascoltare da vicepreside di una scuola milanese che dichiara non realizzabile un mio intervento artistico sulla lotta alla mafia raccontata ai ragazzini senza nemmeno sapere di cosa io stia parlando, senza chiedermi niente, senza voler sapere: io sto dentro e faccio già fatica, tu resta fuori e non chiedermi niente. 
La miseria interna ci assale come edera alle caviglie, ci rende poveri e diffidenti, miseri e senza dignità. Altro che fratelli e sorelle buonasera. Noi diciamo tutti i giorni fratelli e sorelle affanculo! Di voi non ci interessa nulla.
E così io mi sfibro a collezionare foglietti con infinite serie di numeri di telefono di comuni e regioni d'Italia in cui persone da noi pagate per darci delle risposte non ci sono mai, sono sempre altrove, si stanno sempre occupando d'altro.
Sono inginocchio e con la faccia per terra, scrissi un giorno alla mia dolce amica Savina Dolores Massa, con ogni probabilità una delle migliori menti narrative dell'Italia contemporanea, per rappresentarle con una scena tangibile il mio stato d'animo d'artista indipendente prostrato. 
E me ne vado questuando – quando a fatica mi rialzo – di comune in comune, di segreteria in segreteria, di silenzio in silenzio. E come posso resistere? come posso rialzarmi? Come possiamo rialzarci? Ora, mia adorata Savina, sono seduto con il culo per terra e guardo il mondo da quaggiù: mi manca l'aria e poco sollievo mi viene solo dalle note del mio clarinetto. A volte sogno di esserci risucchiato dentro e di diventare tutt'uno con i tasti e i fori delle note, nascosto dalle chiavi e solleticato dal fiato che corre nel corpo sonoro dello strumento. Come ci rialzeremo Savina amata?  Sento l'immobilità che ci prende tutti e due e prende tutti gli altri come noi che non ce la fanno più. Mille volte abbiamo ricominciato a questuare e mille volte abbiamo sentito il fiato della porta che ci sbatteva sulla faccia o il silenzio di quelle che restavano mute e immobili senza aprirsi. Vorrei che tutti sentissero questo dolore nostro e lo socializzassero, cioè lo facessero loro e lo riducessero a pezzettini dandoci la mano. Ma le sorelle e i fratelli sono distratti, sono affranti, a loro volta sono in ginocchio e non sembrano ascoltarci. Io provo a lanciare ancora questa bottiglietta con un tappo malfermo nelle acque di questo cazzo di oceano della nostra vita. 
Ma forse non desidero più che qualcuno la trovi.  

giovedì 21 marzo 2013

Cominciamo a familiarizzare con questo nuovo logo ICHOME PAC (Produzioni Artistiche Condivise). Nel primo giorno di primavera e a tre mesi dalla chiusura della vetrina di via Stoppani nasce ufficialmente la nuova stagione di ICHOME che diventa un marchio di produzione popolare, dal basso, condiviso, cioè mio e vostro, di tutti noi che crediamo nell'arte per cambiare il mondo. Ci sarà la mia arte ma anche la vostra o la vostra partecipazione. Il manifesto è pronto e presto lo posterò. Per il momento vi abbraccio forte e vi soffio leggero sugli occhi, come la primavera. ICO

lunedì 13 febbraio 2012


Un post per soli uomini

Cara Lorella, 
lo uso questo spazio e ti ringrazio di averlo creato. Non è il primo in cui parlano gli uomini, molto si scrive e si pubblica già e di altissimo livello su questi temi; da parte di uomini, rivolti a uomini. Lo "spettacolare" silenzio della nazione maschia nel suo insieme non corrisponde sempre al silenzio di tutti i maschi della nazione. Ce ne sono che parlano e io, lo sai bene, sono tra questi e lo faccio da un tempo tanto lungo da non sembrare vero. Tuttavia, noi pochi che parliamo (e lo facciamo non per piacere alle donne e per arruffianarci un consenso femminile) siamo e restiamo del tutto trasparenti. Lo siamo per le persone comuni e per chi detiene il potere dei mezzi della comunicazione e della politica. Gli esempi non mancano e io, forse, sono quello più inquietante: il mio lavoro, benché costituisca la più ricerca fotografica e artistica del mondo su una città e la sua pubblicità violenta, resta ancora ignorato persino a quelle persone che si occupano di questi temi. Vedo che fingono di non conoscermi parlando di pubblicità sessista come se io non fossi esistito (mentre esistevo in anni non sospetti, quando molte di loro dormivano sonni profondi). C'eri anche tu quando Gad lerner ed io siamo stati premiati come miglior giornalista e miglior artista italiani per le tematiche di genere. Ebbene, dopo quel pomeriggio alla statale il silenzio, mai una mail, mai un invito, mai una piccola condivisione di spazio televisivo. E c'eri tu alla libreria delle donne di milano quando hai presentato l'anteprima del documentario e c'ero anche io, sono passati anni: trasparenza assoluta. Anche il mio adorato Nichi ha ospitato la mia mostra a Bari poi è scomparso, così come La Benelli che ha finanziato (poco) la mostra nelll'hinterland milanese e mai ha voluto conoscere questo artista che si occupava di violenza sulle donne. E mai un articolo sui rotocalchi che dedicano giustamente a te tante pagine ecc. ecc. E, per finire 18 editori che hanno rifiutato, perso il manoscritto o chiesto dei soldi per pubblicare il mio libro che ora è uscito a spese mie e quelle che lo sanno che è uscito fanno finta di non saperlo e non lo comprano. uuuuffffffff. Questa potrebbe sembrare una dolenza mia personale e uno sfogo rabbioso: niente di tutto questo. Io sono una persona serena e ho migliaia di persone che mi sostengono. Unico problema: sono trasparenti pure loro. Professoresse di provincia, studenti liceali con i quali io parlo quasi sempre gratuitamente da anni e anni, persone comuni senza visibilità né potere di rendere visibile il mio lavoro e la mia voce. Questo per dire che quei pochi uomini che parlano (e penso al dibattito altissimo che si sviluppa in maschile plurale, ad esempio e ai libri che escono di lì) restano ignorati o fanno troppa fatica per farsi sentire. Non chiedeteci dunque di parlare come se fossimo stati sempre tutti zitti. Ascoltateci, leggeteci, invitateci, parlate di noi alla televisione, scrivete di noi sui giornali, comprate i nostri libri, frequentate i nostri blog. Noi da soli non ce la possiamo fare! 
Con affetto Ico Gasparri

Commento del 13/2/12 al post di Lorella Zanardo sul blog del fatto quotidiano

domenica 23 ottobre 2011

e le storie si raccontano

  È arrivato il momento di dare alle stampe questo libro che mi ha tenuto compagnia per tanti anni, in attesa di avere le sue piccole parole allineate nell'inchiostro. Domani mattina le avrà e finalmente mi potrò riposare. Sono arrivato alla fine di un lungo sforzo e non so se ci sono arrivato nelle  migliori condizioni e con il migliore prodotto. Importante è esserci arrivato e affidare ora agli altri che lo leggeranno questo mio lungo, travagliato, silenzioso, a volte doloroso, diario. Più di vent'anni impegnati per raccogliere un'idea di riflessione e di lotta civile, passando attraverso  vere e proprie epoche di questo sventurato paese al quale ormai poche cose ci tengono legati se non la retorica dell'esserci nati. Ho combattuto spesso da solo e ora sono felice di vedere che la stessa lotta è diventata patrimonio diffuso. Certo, non mi faccio alcuna illusione, questo patrimonio è ancora larghissimamente minoritario tra le donne e quasi del tutto assente tra i maschi italiani. Ma prima era ancora peggio, molto peggio. E so di aver contribuito a questo lento ma inesorabile risveglio delle coscienze. Non è stata una cosa da poco sentirsi utili. Non è stata una cosa insignificante ricevere tanti ringraziamenti, complimenti sinceri e semplici per aver condotto una così speciale campagna per i diritti civili. Le pagine saranno per molti versi un diario intimo, un racconto accorato e sincero del mio impegno e di quella che anche a me, vista dal dopo, sembra un'inusuale prova di determinazione e di resistenza. Ma ero fermamente convinto che quella cosa lì, cioè la raccolta meticolosa e continua delle immagini per strada, andasse fatta e andasse fatta bene e senza risparmiarsi. E io l'ho fatta così, al servizio delle sole mie convinzioni e della proiezione che nel lontano 1990 avevo fatto circa la deriva ormai sotto gli occhi dell'intero pianeta del nostro ridicolo paese. Gli stranieri ridono di noi, si chiedono cosa facciamo, perché siamo così. E noi fingiamo di non sentirli e continuiamo a credere di essere nel giusto. E io fotografavo, fotografavo, senza un sostegno né un piano ben preciso, senza una data d'arrivo prevista, senza risorse finanziarie, senza sponsor, senza aiuti. Sono semplicemente andato avanti lungo una strada che andava tracciata. Ora la strada c'è e tocca a tutti noi di percorrerla con uno spirito più intransigente e coraggioso. Basta con la leggerezza che ci ha ammorbato per tutti questi anni. Basta con l'accoglienza indiscriminata di idee e persone che non meritano di essere da noi considerate. Facciamo una bella pulizia dentro e fuori da noi e cerchiamo di immaginare un qualche futuro meno sciatto e mediocre. 
A voi non resta che sostenere questo mio lavoro perché l'ho fatto anche a nome vostro, rinunciando a molto per me. L'ho pubblicato senza un editore, perché tutti quelli a cui l'avevo sottoposto lo hanno rifiutato, ignorato, cestinato, perso. Allora me lo sono dovuto anche progettare, impaginare, correggere, stampare, pagare e vendere. Io ce l'ho messa tutta, adesso mi riposo un po' e aspetto gli ordini da parte vostra all'indirizzo ico.gasparri@ichome.it oppure info@ichome.it 
Il libro si "guarda" nella sua parte fotografica sul sito www.ilmaestrodellupocattivo.it
     

lunedì 4 luglio 2011

Ora non è ancora il momento: il viagra e la vagina di cemento.

Unisco nel titolo di questo post tre elementi che, tra gli altri, mi hanno sorpreso e preoccupato al convegno "Donne e non solo, contro gli stereotipi" cui ho assistito oggi 4 luglio 2011 a Milano, indetto da Pari o Dispare. Si presentava il "Manifesto" che varie aziende hanno già sottoscritto, impegnandosi a non produrre più campagne sessiste per reclamizzare i propri prodotti.
Cito a memoria.
1) Anna Maria Testa ci ha spiegato alcune cose già assai note sulla pubblicità sessista e poi ne ha mostrate tre che, secondo lei, erano esempi di buona pubblicità rispettosa. Qui il terreno si fa scivoloso. Già in Francia l'associazione Chiennes de garde aveva deciso, negli anni scorsi, di cancellare il premio per le migliori pubblicità rispettose verso la donna perché, interpretandole da altri punti di vista, decine e decine di persone si sentivano offese anche da quelle vincitrici. Il caso si ripete stamattina davanti almeno a due (per brevità) su tre esempi citati dalla Testa. Il primo è una campagna per il VIAGRA in cui si vede un omino disegnato come sulle etichette delle toilettes che ha tra le gambe un interruttore della corrente sollevato, quindi un pene in erezione. Forza appunto del viagra. L'uditorio ha riso. Nessuna ha pensato davvero su cosa stesse ridendo. Si tratta del farmaco che consente agli uomini, non solo ai vecchietti che non ce la fanno, ma ormai in maggioranza a ragazzi giovani e giovani uomini che non soffrono dell'ansia da prestazione – questo sarebbe già il sintomo di una precaria educazione alla relazione tra generi e all'affettività – ma che vogliono sentirsi gagliardi e tosti molto a lungo come nei film porno, in occasione dei loro incontri sessuali. Ma gagliardi e tosti con chi? Non certo con altri uomini, almeno non nella maggioranza. La pubblicità, a parere mio, è un pessimo esempio di machismo, di volgarità, camuffato con una trovata grafica senz'altro geniale. Quindi attenzione: quella erezione non ci avrebbe dovuto far ridere, ma urlare contro il rinnovarsi ammorbante della cultura del pene che tanta parte ha nello sviluppo della cultura della violenza sulla donna, che pure questa mattina è stata più volte richiamata.
2) Il secondo caso, sempre presentato dalla Testa, è quello della pubblicità Tampax. La scena rappresenta una fotografia aerea in cui campeggia al centro una grandissima diga in cemento armato e, a monte, un magnifico lago blu. Anche qui sorrisi e consensi. Io, invece, rivendico il diritto di dissociarmi, di avere una visione meno allegra del problema e di mettere in risalto alcuni elementi che ritengo inquietanti. Se quella è una pubblicità della Tampax, azienda che produce assorbenti, come tutti sappiamo dalla più tenera età, quel lago immenso è sangue mestruale e la diga una vagina. Le montagne intorno, a pensarci bene, sono due gambe orribilmente allargate. Io inseguo da 35 anni la rappresentazione simbolica nella fotografia d'arte astratta e non faccio fatica a riconoscere questi segni, ma credo che questo scenario simbolico fosse davvero alla portata di tutte. La risata inopportuna sul sangue blu andrebbe allora spiegata alle ragazzine che hanno vergogna e paura del primo mestruo, alle donne che si sentono a disagio, sporche e inadeguate durante il ciclo. E noi che facciamo? Lo trasformiamo addirittura in un lago, in una massa gigantesca di fluidi che dovranno passare per quella diga/vagina in cemento armato. Anche in questo caso l'esempio mi appare quanto meno inadeguato e chiederei maggiore lentezza e riflessione nel presentare soprattutto i casi che riteniamo positivi, perché rischiamo di approvare interi filoni di rappresentazione.
3) L'associazione Pari o Dispare ha ricevuto l'adesione di 40 aziende che hanno sottoscritto l'appello. Una di queste, Ampliphon, ha presentato in sala uno spot che ha registrato l'approvazione implicita del consesso presente. Cito a memoria, proprio per capire cosa mi sia rimasto in mente delle scene viste. L'azione di svolge in discoteca, non una di quella per giovani scatenati ma una sala per adulti, seduti al tavolo ad ascoltare un gruppo musicale. Appunto, la prima inquadratura è significativamente dedicata alla cantante del gruppo che sfoggia un tubino nero molto aderente e si dimena sul palco, tra musicisti uomini. Si passa poi al primo piano in cui vediamo un uomo con una camicia piuttosto sciatta e spettinato che parla ad una donna ben vestita, presentata con la testa tutta chiusa in una gigantesca bolla di sapone. Lei non sente bene, in quanto appunto ipoudente, e lui, l'uomo, le racconta come può risolvere un problema da lui già risolto. Si vede allora l'uomo, questa volta elegantemente vestito (il rispetto per il cliente!), che entra in un negozio Ampliphon, accolto da una venditrice donna che gli calza con mani dolci l'apparecchio sulle orecchie. Poi c'è la scena di lei che fa la stessa cosa ed esce contenta dal negozio. Ebbene, vediamo cosa non mi è piaciuto. La donna che canta sinuosa sul palco: inutile l'inquadratura e si poteva sostituire con un cantante uomo o con un gruppo interamente femminile, vestito più rock e meno seducente. L'uomo sa qualcosa che la donna non sa. Pessimo esempio di machismo. La donna è sempre indietro, non sa niente, ha una bolla di sapone in testa, e ha bisogno dell'uomo che le dia i consigli per risolvere un problema così importante. Si potevano usare: 1) un uomo che consigliava un altro uomo (anche se stiamo parlando della versione femminile dello spot, quella maschile non ce l'hanno mostrata) 2) una donna che consigliava la donna 3) una donna che consigliava un uomo. La scelta, la più maschilista, era proprio la quarta: l'uomo che consiglia una donna. Quando poi c'è da "prendersi cura", ecco apparire la donna commessa che sistema con mani dolci e suadenti l'apparecchio sull'orecchio dell'uomo/cliente. La scena analoga, cioè quella delle mani della donna commessa che sistemano l'apparecchio sull'orecchio della donna non si vede. Questi piccoli segni sono certamente scappati di mano ai creativi, ma occorrerà che per il futuro tutte queste sbavature siano limate per rimanere nel club delle aziende rispettose senza destare fastidi nel pubblico/cliente.
4) Concludo con una cosa più grave, chiedendo scusa in anticipo all'interessata se per caso io non abbia capito bene quanto ha detto. Sto parlando della direttrice generale dell'UPA (che però preferisce farsi chiamare Direttore Generale) che ci ha raccontato un episodio dai contorni assai preoccupanti: l'UPA organizza ogni anno un master in comunicazione pubblicitaria a Venezia per il quale hanno a disposizione 30 posti. Ricevono mediamente 100 domande da candidati e 100 da candidate, quindi la selezione è abbastanza dura. Dopo aver espresso ancora una volta le lodi delle ragazze che sono più brave a scuola e nei concorsi e lamentato ancora una volta la loro difficoltà nell'emergere nel mondo del lavoro, ci ha candidamente dichiarato (e qui vorrei una conferma) che una volta scrutinati i compiti e i test il risultato vorrebbe vincitrici 70 donne e 30 uomini ma.... Colpo di scena! In nome di non si sa bene cosa, le graduatorie vengono "riconsiderate" e il numero dei vincitori messo "a pari opportunità": 15 e 15. Non so se ho capito bene ma finora me la sono cavata con le orecchie.
Tutto questo per dire che il terreno della comunicazione pubblicitaria non è cosa semplice e che il confronto va fatto con quelli che sono più "estremi" di noi, non con coloro che ci rassicurano sulle nostre tesi. Il sessismo è un animale infido e la sua tolleranza inconscia da parte delle donne, anche di quelle progressiste, è un atteggiamento ancora troppo diffuso per sperare in risultati concreti. Mi piacerebbe che tutte esagerassero un po', per un periodo iniziale, nel segno del rispetto massimo di tutte le persone che potrebbero essere urtate dalle campagne, specialmente quelle stradali che sono a fruizione obbligatoria. Mi piacerebbe allora che Emma Bonino, per me una luce nel panorama politico, ma anche umano, del paese, usasse tutta la sua forza comunicativa per alzare il livello dell'analisi e chiedere a tutte di non accontentarsi di letture "morbide". Le aziende che vorranno firmare l'ottimo manifesto dovranno dare veramente prova di essere severe ed esigenti verso se stesse. Solo allora potremo cominciare a sorridere. Ora non è ancora il momento.

Ico Gasparri
4 luglio 2011

lunedì 27 giugno 2011

Concita De Gregorio e Rosy Bindi: due richieste di dimissioni a confronto


Premessa: per discutere di alcuni argomenti occorre procedere con molta calma e cercare di spiegarsi bene. L'argomento cui sto alludendo non è la denuncia delle due pubblicità sessiste in oggetto – che per me è chiara, decisa, necessaria, tardiva e sempre troppo morbida – ma la scelta da parte mia di chiedere a due persone che occupano posizioni ben al di sopra del mio statuto di semplice cittadino di lasciare le proprie responsabilità, non avendo, è evidente, nessun poter io per chiedere loro di ascoltarmi.
Stiamo parlando addirittura della direttrice (ora ex) di quello che da giovane è stato uno dei miei giornali di riferimento e della presidentessa di quello che prima del deragliamento fu il mio partito. Ambizioni troppo alte? Mi permetto di rispondere di no. È proprio al singolo cittadino o alla singola cittadina che deve essere demandato questo compito arduo di chieder conto direttamente ai dirigenti di giornali e partiti delle loro azioni. Noi non abbiamo potere, loro sì, ecco perché siamo da ascoltare. Noi "semplici" non abbiamo niente da difendere, non abbiamo interessi derivanti da queste dimissioni: io non voglio diventare direttore dell'Unità e men che meno presidente di questo PD. 
In che cosa hanno sbagliato queste due donne? 
Innanzitutto, non si sono guardate intorno. Questo è gravissimo. In un contesto sociale sbilanciato a sfavore delle donne e in rapida evoluzione come il nostro, in cui la deriva maschilista governata dal manipolo Berlusconi-La Russa- Calderoli-Bossi-ecc-ecc ha toccato vertici drammatici, ogni starnuto, ogni battito di ciglia, ogni piccolo segno da parte delle donne al potere (e ovviamente anche dagli uomini al potere) deve essere attentamente studiato per cancellare ogni possibile similitudine con l'impero del machismo italiano. Altro che vento che cambia, qui ci vuole un uragano in senso contrario. Altro che minigonne svolazzanti, cosce di fuori, culi in primo piano, testa mozzata, altro che ammiccamenti, citazioni di film e ironie varie. Occorre aprire gli occhi e non commettere nemmeno un passettino falso.
Secondo errore. Una volta uscite le pubblicità e sollevato il clamore delle "semplici" cittadine e dei "semplici" cittadini (addirittura), le due donne hanno entrambe sostenuto un'improbabile linea di difesa e di minimizzazione, come se le persone indignate fossero delle anime stupide e non avessero in mente alcuna strategia di comunicazione in proposito. Una donna (o un uomo) al potere deve saper riconoscere i propri errori e ammetterli con modestia e umiltà. Anche dalla modalità e dal contenuto della risposta – più o meno fuori luogo – dipende la pertinenza della mia richiesta delle dimissioni. La prima donna – che aveva inoltre affidato la campagna a un recente campione di sessismo pubblicitario, autore di altre campagne contestatissime prima e dopo –  si difese malissimo, citando Gramsci (!!!) e affermando che il sedere in questione fosse il suo, come se questo avesse potuto migliorare le cose. La seconda ci ha spiegato che la differenza di opinioni è una cosa bella, così tutte insieme ci ritroviamo per un bel dibattito sul tema. 
Ecco perché chiederei nuovamente le loro dimissioni. Perché nessuna delle due ha proposto un rimedio e nessuna delle due si è scusata. 


Ico Gasparri
27 GIUGNO 2011


palafitta n. 7
per Donne della realtà

venerdì 8 aprile 2011

A Giuliano Pisapia da Odisseo


Caro Giuliano,
ieri sera abbiamo letto Omero pensando che questo fosse un modo utile per sostenere la tua campagna, la nostra campagna, elettorale.
Amiche e amici, simpatizzanti, compagne e compagni sono entrati nei 15,75 mq di ICHOME, il mio negozio di frontiera, cioè per una fotografia contemporanea sociale e sostenibile, per sentire questi versi antichi che parlavano di viaggio, di naufragio, ma anche di amore, di ritorno e di vittoria.
Ci siamo alternati nella lettura dei versi e una grande energia è circolata tra di noi. Tutti sicuramente stavano pensando che anche dalla cultura rinasce una città così avvilita come la nostra dove, tuttavia, potenti forze resistono allo schiacciamento e sono ancora fresche e pronte a ripartire. 
Il tema che ho scelto per la nostra serata è stato quello dello straniero e del nostro sguardo sulle migrazioni, sull'accoglienza e sulla fraternità. Questi, credo di poter interpretare il pensiero i tutte e tutti, erano i battiti del nostro cuore ieri sera e all'unisono sono volati al pensiero che sarebbe bellissimo poter tornare a vivere fuori da queste tenebre, allargando il nostro orizzonte ai valori intramontabili che la cultura e l'arte ci trasmettono.
Noi ci siamo e ci saremo, soprattutto dopo, quando occorrerà ricostruire. Ma, per fortuna, noi non dobbiamo improvvisare.
Un abbraccio fraterno

Ico Gasparri

artista sociale e fotografo

Milano 8/4/2011

venerdì 21 gennaio 2011

La casa e l'appuntamento

NAPOLI 2011
NAPOLI 2006
Sopra le campane per la raccolta differenziata a Napoli campeggia la pubblicità di una casa d'appuntamento. Mi fermo e mi chiedo cosa ci faccia proprio lì questa improbabile reclame d'altri tempi: sulla spazzatura avviata virtuosamente alla differenziazione, tra un miracolo e l'altro. Le case d'appuntamento sono state chiuse esattamente nell'anno in cui io sono nato, il 1959, come mai si ricordano di pubblicizzarne una a Natale del 2010? Mi domando se mai potrebbe trattarsi di altro, magari della pubblicità di ragazze che lavorano presso la residenza lussuosa di qualcuno, tipo quelle ville francesi dove erano ambientati i romanzi erotici del secolo scorso. O italiane. Non si capisce. La scritta che campeggia sotto sembra piuttosto giapponese: Yamamay ed è addirittura palindroma, cioè potere leggerla correttamente sia che stiate andando a fare la spesa, sia che stiate tornando a casa. Magari si tratta di ragazze manga! Va bè, basta ironia, la cosa ha preso una brutta piega. Siamo alle solite. Il filone porno nella pubblicità ha conquistato la scena e campeggia sulle nostre strade, questa volta nella variante che non sembra opinabile "gruppo di ragazze brille o ubriache esposte su un lussuoso divano di un bordello in attesa dei clienti". Come si è visto in precedenza, per l'esattezza in una campagna minore del 2006 che fotografai su un cartellone all'aeroporto di Napoli, ci si offre spesso un terzetto con almeno una donna bionda: una non può bastare e nemmeno due, ci vuole la varietà della merce. Lì si vendevano stivali a buon mercato, qui, sempre a buon mercato si vendono mutande e reggiseni, ma c'è tutto un altro lusso. Biancheria luccicante, bellezze gelide, divano di raso rosso, sguardi assenti, disponibilità quasi asettica. Negli anni scorsi la stessa casa di lingerie pseudo manga-nippo-palidroma ce ne ha fatte vedere di tutti i colori in quanto a figure di donne slanciate in ogni posizione pur di vendere a donne molto meno atletiche e acrobatiche mutande da pochi euro. Mi pare brutto assai dire "ve l'avevo detto io nel 1990"... ma le cronache degli ultimi anni ci dicono che questo genere di messaggio pubblicitario è entrato – insieme a tanti altri insegnamenti reali – nel cuore delle ragazze che nascevano agli inizi degli anni '90, allattate a pane e pubblicità puttanizia. Abbiamo troppo a lungo fatto finta di non vedere, di non capire, di non allarmarci. Ora non c'è più tempo da perdere: occorre cambiare modo di fare la spesa, di carote, di mele, di pere e anche di mutande. Sia che stiate andando a fare la spesa, sia che stiate tornando a casa non lo date l'appuntamento a queste mutande e ditelo alle vostre ragazze di guardare bene questi manifesti prima di decidere che biancheria acquistare. Questa casa e questo appuntamento non sono cose per noi.


20 gennaio 2001
Ico Gasparri


Palafitta n. 6 per il Blog Donne della Realtà

martedì 14 dicembre 2010

Dal ginecologo con la borsetta

Siamo alle solite: mi trovo ad interpretare immagini pubblicitarie con ruoli femminili non essendo io femmina! Questa volta è complicato e, devo ammetterlo, non essendo mai stato dal ginecologo sono ignorante circa i comportamenti e le posizioni che una donna assume nel suo studio. Da alcuni film qualche idea me la sono fatta, ma non so se basta. In mancanza di esperienze personali, ricorro ad alcune materie cui ho dedicato molti anni di studio e, devo dire, con grande passione. Tra queste senz'altro la storia dell'arte e, scavando più all'interno, l'iconografia e l'iconologia. A proposito della prima, l'iconografia, essa ci insegna che per dipingere un presepe ci vogliono il bue, l'asinello, il bambino, la madonna ecc. Sì, sì, anche san giuseppe.
La seconda, l'iconologia, ci spiega il significato intrinseco delle varie componenti di una scena. Il bue significa mitezza, la pecorella docilità, il leone la forza, san giuseppe il padre... ecc. ecc.
Dal punto di vista iconografico, possiamo dire che questa nuova campagna d'inverno della ditta più aeroportuale della valigeria italiana non lascia dubbi: abbiamo solo due possibilità. O siamo di fronte a una giovane donna stesa su un lettino per farsi visitare dal ginecologo – come la posizione distesa, con le gambe sollevate e allargate lascerebbe presagire –, oppure sta per disporsi a un atto sessuale – come la posizione distesa, con le gambe sollevate e allargate lascerebbe presagire. Atto sessuale per il quale, tra l'altro, non si vede il partner e non sembrerebbe costituire un momento di grande attrazione per la ragazza, presentata con uno sguardo assente, distante, quasi artificiale. Diciamo una ragazza non partecipe. Sicuramente, non abbiamo elementi per sostenere, in base all'abitudine iconografica degli ultimi secoli, che si tratti di una donna che si distende per riposarsi sia perché la posizione appare piuttosto scomoda e precaria, sia per le scarpe tenute ai piedi – inclinati al limite della lussazione su tacco 13 – ancora calzate e ben puntate al suolo. In entrambi i casi casi probabili visti prima, la borsa non appare come un elemento iconografico significativo e viene perciò addirittura scartata dalla protagonista. Qualche dubbio permane su altri due elementi iconografici: il fiocco sul fianco della donna, che sembrerebbe alludere ad un pacco regalo, e la coroncina sulla testa che rimanda forse a un mondo fatato cui sembrerebbero alludere anche la grafica disegnata intorno e le stelline. Ma qui non abbiamo certezze. Occorrerebbe magari studiare l'intera campagna per capire di più.
Del tutto vaga è invece la ricostruzione iconologica più generale, la spiegazione dei segni contenuti, del messaggio, soprattutto se riferita al mondo pubblicitario nel quale il cartellone si inserisce a pieno titolo. Infatti, alla domanda: "cosa significa questa donna dal ginecologo su un cartellone?" non so rispondere. Alla domanda "perché ci va tenendosi la borsa? nemmeno e così via. Posso però chiedermi: perché per vendere una borsa – che per di più sembrerebbe essere abbandonata dalla protagonista e non conservata gelosamente – si fa distendere una modella a gambe allargate in questa posizione di offerta sessuale e/o ginecologica? Butto via i miei libri di storia dell'arte, qui non servono. Gli stiamo dando troppa importanza. Questi non si sono poste tutte queste domande: hanno solo cercato e trovato un modo per mortificare un'altra donna e tutte quelle che la guardano. Ma che strano! Proprio le donne che avrebbero dovuto comprare questa borsetta. Già! Avrebbero!!! 


Ico gasparri


13/12/10 Santa Lucia illuminaci tu


per Donne della realtà - palafitta n. 5

lunedì 6 dicembre 2010

Quando la pubblicità offre le risposte: Limoni 2

Basta avere pazienza. Già altre volte mi è capitato di vedere chiarito un mio dubbio – diciamo meglio un sospetto di sottintesi sessisti in una pubblicità – da parte della stessa azienda che aveva prodotto una prima campagna violenta e discriminante ma con un piccolo margine di incertezza. Il caso della ditta Limoni ha del meraviglioso: dopo la donna che si masturba dell'estate 2009 e quella nuda che mangia una palla dell'albero del natale 2009, per chiarire il loro pensiero in merito all'immagine della donna/cliente questa volta sono bastati solo 8 giorni dalla prima fotografia che ho scattato allo stesso megaimpianto il 22 novembre 2010 e il 1 dicembre quando la nuova mega-campagna viene a rafforzare il messaggio sessista della donna arrossata di rosso rossetto (palafitta n.3). Ora la donna viene presentata intera e completamente nuda in fattezze di bambola imbambolata, immobilizzata in una posa incomprensibile mentre si infila tra nastri rossi natalizi che la cingono come un grande pacco regalo. Per non smentire gli ultimi 60 anni di bigottismo ipocrita italico la nudità viene castigata all'altezza dei due capezzoli. Il capezzolo no! Vi mettiamo una donna nuda di 80 metri quadrati in Viale Tunisia a Milano per vendere trucchi e profumi ma il capezzolo non possiamo farvelo vedere. "Noi abbiamo rispetto per la donna", sembrerebbe di sentire nell'aria. La posizione inginocchiata sotto la scritta "annus splendidus" è incomprensibile come pure l'espressione estatica col dito indice dietro alla nuca. Non mi addentro in altre interpretazioni rocambolesche, mi limito perciò solo a segnalare questa modalità di rappresentazione alle donne che non avessero ancora deciso dove andare a farsi impacchettare come un bel regalo di Natale. Io, che donna non sono, l'avevo già deciso. Da un'altra parte.


Ico Gasparri


6 dicembre 2010


Palafitta n. 4 per Donne della realtà





mercoledì 24 novembre 2010

Arrossata di rosso rossetto

Ad averle seguite nel corso dei mesi, si può delineare una scia continua di sesso nelle pubblicità della ditta profumiera Limoni, attiva a Milano e forse altrove. Mi interessa poco o nulla dove siano attivi, certo non si fanno mancare niente. L'anno scorso i geni della comunicazione di questa catenella profumiera avevano finalmente sdoganato la masturbazione femminile in una campagna d'estate. Finalmente, anche le donne avevano il diritto di toccarsi sulla pubblicità. A pensarci bene... non "anche" le donne, ma "solo" le donne. Uomini che si mettono le mani nelle mutande io non ne ricordo. C'era, in quel caso, una bella ragazza (perché, si sa, per vendere profumi è meglio far masturbare una tipa bella che "una simpatica") intenta a "dedicarsi a se stessa" accompagnata da una scritta ambigua che indicava anche il prezzo, anzi meglio, lo sconto del 60% ben scritto in grande. 
Archiviata l'autosoddisfazione dell'estate 2009, questa volta l'azione è indirizzata verso la regina incontrastata della pubblicità stradale, la modalità più popolare di "impiego" delle donne per vendere prodotti, la fantasia più a buon mercato e più facilmente praticabile a vantaggio dei miei colleghi di genere maschile, il riferimento che tutti e tutte capiscono al volo: la fellatio, il sesso orale, i pompini. Chiamateli come volete, ma una serie troppo lunga di campagne pubblicitarie negli ultimi 20 anni ha insistito su questa modalità di penetrazione a senso unico (nel senso del piacere) tutta a vantaggio maschile, sia in termini di sollecitazioni erotiche, sia in termini di sottomissione femminile. Le bocche, le lingue, le labbra bagnate, aperte o socchiuse, con o senza il dito medio tra i denti, con o senza la lingua che spunta, sempre ben arrossate di rossetto rosso sono lì a suggerire continuamente penetrazioni orali. Ma qual è il senso? Da uomo mi chiedo cosa significhi tutto ciò. Perché? Se questi stanno cercando di vendere profumi, perché scomodano questo fantasma della bocca che succhia? Non poteva bastare il rosso sulle labbra per reclamizzare i rossetti? C'era bisogno di spalancare la bocca e indirizzarvici un fallo-rossetto in una posa così innaturale? 
Cerchiamo di leggere più da vicino questa immagine. Innanzitutto il contesto. Ci troviamo di fronte ad un magaposter sistemato su un costosissimo impianto che riveste la facciata di uno dei tanti palazzi milanesi abbandonati. Queste case per mesi ed anni accoglieranno le pubblicità in attesa che le holding finanziarie, titolari della ri/costruzione, si mettano al lavoro. È accaduto su monumenti pubblici (Porta Venezia e Porta Romana) figuriamoci se non accadrà su case private. In questo caso specifico, si tratta di un palazzo abbandonato da molti anni in viale Tunisia, già occupato dai migranti senza tetto e sgomberati alla milanese-maniera dalla polizia in assetto di guerra. Sono seguiti altri due o tre anni di incuria con facciate pericolosamente infiltrate dall'acqua piovana finché sono comparsi i ponteggi e una sistemazione pubblicitaria molto accurata. Da mesi va avanti così. Muratori, almeno dall'esterno, non se ne vedono e noi ci dobbiamo as/sorbire queste pubblicità invadenti e inquinanti.
Passando ai contenuti, si tratta di un annuncio alla popolazione del cambio di nome – e presumo cambio di proprietà, ma qui è irrilevante – di alcune profumerie che passano dal nome Garbo al nome Limoni. Si capisce che la faccenda dal punto di vista commerciale, per il consumatore, non rivesta alcuna importanza, abituati come siamo al turn-over di loghi, marche e sigle sulle vetrine per prodotti che restano identici. Ecco allora che per dare interesse a una notizia puramente finanziaria/imprenditoriale si scomoda lo stereotipo della donna stupida che, si sa, in pubblicità meglio non farlo mai mancare. Alla ragazza fotografata viene chiesto di assumere – di fronte a questo annuncio – un'espressione meravigliata, esagerata, sorpresa, strabiliata, quasi avessero annunciato un cambio al vertice del ministero dei beni culturali. La ragazza – alla quale gentilmente viene chiesto di presentarsi nuda all'annuncio perché, si sa, tutte le donne si truccano nude mentre ascoltano queste notizie alla radio o alla TV – spalanca la sua bocca mettendosi addirittura le mani ai lati del volto. A Napoli si sarebbe immaginata un'esclamazione del tipo " 'U Maronna miaaaa". Ma ritorniamo alla fellatio. Cosa aggiungiamo ad una donna così stupita? Una volta che l'abbiamo scelta bella, l'abbiamo truccata di tutto punto e sollevata sopra la media estetica delle donne italiane e le abbiamo aperto la bocca, appare scelta inevitabile chiederle di proiettare il suo rossetto rosso sangue verso il centro della stessa. Non verso le labbra, superiore o inferiore, come sarebbe stato più normale ed ergonomico: qui il rossetto punta diritto al centro, tenuto tra le dita col taglio dalla parte sbagliata come nessuna donna lo tiene mai e inclinato in modo innaturale, cioè puntato in bocca. Anche a me che non sono un maniaco sessuale e non ho pratica di applicazione di rossetti il messaggio giunge inequivocabile. 
Già! ma questo non è un cartellone concepito per suggerire acquisti agli uomini, bensì alle donne che, si sa, sono frequentatrici di profumerie più di noi uomini. Qui si apre la consueta voragine investigativa che riassumo col solito scioglilingua: perché per vendere alle donne prodotti femminili si usa una pubblicità basata su un linguaggio diretto ai peggiori istinti maschili?
Proprio qui sta il problema e la risposta, oltre che da questa, viene da centinaia di altre campagne che ho analizzato dal 1990 e riposa tutta sull'"autoreferenzialità collettiva mortificante", se posso dire così, cioè sull'idea che la donna attraverso queste sciagurate immagini possa crearsi giorno dopo giorno, pensiero dopo pensiero, una determinata idea di sé. Non esclusivamente con la pubblicità, è chiaro, ma anche e molto attraverso essa. Siamo entrati – e la pubblicità ce lo dice chiaramente (la mancanza di reazioni collettive ce lo dice ancora più chiaramente) – a piedi pari nell'epoca dell'accondiscendenza in cui, sui cartelloni e in tanti momenti della vita privata reale milioni di donne si autodispongono alla sottomissione e allo svilimento da parte degli uomini, convinte che questa sia la strada migliore. E in alcuni casi ne hanno le prove! È un discorso difficile questo, che molte donne non accettano perché credono di non accondiscendere, di non accettare mai e poi mai affronti del genere. Purtroppo questo è vero solo fino al momento fatidico in cui i propri mariti/compagni/figli tornano a casa e domandano perché non sia ancora pronto in tavola... 
Qui il discorso si allarga troppo e, soprattutto, esce dalle mie competenze specifiche. Allora ricomincio a riflettere e a sperare, torno alla pubblicità e mi chiedo: perché le donne – visti e considerati questi tristi argomenti – dovrebbero scegliere di fare acquisti presso questa catenella profumiera, in seguito a questa affissione gigante e mortificante? Già! In effetti, ma perché le donne dovrebbero farlo? 


Ico Gasparri 


24 novembre 2010


per Donne della realtà - Palafitta 3

domenica 7 novembre 2010

In una città che...

- in una città che... 

fino a ieri ti suonava se ti fermavi per far passare un'ambulanza all'incrocio

- in una città che... 

in tutto viale tunisia non si riesce a far rispettare un divieto di sosta a 100 metri dal comando dei vigili urbani

- in una città che... 

esiste ancora il caporalato in piazzale lotto la mattina alle cinque

- in una città che... 

spende 9 milioni di euro per sgomberare i ROM con le ruspe

- in una città che... 

costruisce grattacieli inutili per sentirsi importante e guadagnare milioni

- in una città che... 

persone che un tempo avrebbero fatto i parcheggiatori abusivi oggi fanno gli assessori...

stasera c'erano centinaia di persone in fila per entrare al teatro dal verme ad ascoltare giuliano pisapia e nichi vendola parlare di poesia, valori, democrazia, civiltà del lavoro anche quando era chiaro che i posti dentro al teatro sarebbero stati irragiungibili. 

- in una città come questa... 

io ci voglio riprovare!

SOSTENGO GIULIANO PISAPIA ALLA PRIMARIE, ALLE ELEZIONI E, SOPRATTUTTO, DOPO CHE SARA' STATO ELETTO SINDACO PERCHE' LE MACERIE CHE LASCERANNO GLI ALTRI SARANNO ALTE COME MONTAGNE. DENTRO E FUORI I NOSTRI CUORI.

venerdì 5 novembre 2010

La città è più sola

Mi è capitato quest'anno di perdere due persone care; due di quelle che davano alla città agonizzante ancora qualche speranza: Giovanni Quadrio Curzio e Nuccio Ambrosino.
Entrambi molto grandi e molto fuori dalle regole del "mondo che conta". Forse per questo avevano voluto essermi amici e di questo sono scosso, provo dei brividi che ora mi fanno sentire più solo. Due uomini non più giovani ma che non avevano bisogno di fare i giovani. Due maestri dai quali non ho fatto in tempo ad imparare proprio niente. Davanti al loro ricordo, così come davanti alle loro persone vive, resto fermo e muto, sapendo che ogni cosa che potrei dire sarebbe una stonatura. Eppure entrambi hanno fatto cose molto belle per me e prive di interessi personali, così come erano abituati nei confronti dei più giovani. Giovanni aveva avuto la faccia tosta di invitarmi alla grande mostra sulla Sicilia in mezzo ad altri fotografi di tutto il mondo molto più conosciuti di me, ma lui ci aveva creduto e il pubblico gli ha dato ragione. Come potrei non essere ammirato di tanto coraggio nel silenzio. Era un uomo che aveva creduto molto in me e non me ne devo dimenticare.
Nuccio mi ha regalato addirittura le riprese e la regia di una mia conferenza "storica" quella di presentazione del Protocollo contro la pubblicità sessista alla camera del lavoro il 6 maggio 2009. Con Nuccio eravamo stati più amici, più volte a tavola insieme e più spesso al bar a bere un caffè. Una volta mi ha invitato a vedere delle riprese dei giovani di Brera che lui esaltava più di ogni altra cosa. Eravamo in un capannone per girare e, in mezzo a tanti addetti ai lavori, si è girato verso di me e mi ha chiesto cosa ne pensassi. Ma cosa potevo pensarne io? era la prima volta che assistevo ad una ripresa dal vivo e non potevo pensare niente. È stato come se qualcuno mi regalasse un abito molto più grande della mia misura chiedendomi di espandermi fino a tendere le cuciture. Gli ho risposto che forse, ma forse, sarei riuscito ad imparare qualcosa, ma neanche di questo ero sicuro. E mi ricordo di un'altra volta che è venuto in un posto fuori milano. lontano, dove tenevo una lezione ad un pubblico di sconosciuti sul mestiere dell'artista sociale e lui si è seduto ad ascoltarmi come se fosse un ragazzino a scuola. Ho parlato malissimo, detto cose sconclusionate perché era fuori posto la sua sedia tra il pubblico. Per fortuna alla fine è intervenuto e ha demolito buona parte delle cose che avevo detto, dicendone di sue complesse, dirette, provocatorie, come sempre. Anche quella volta sono rimasto in silenzio ad imparare. E così rimane questa città morente senza due delle luci migliori. Buia e muta.  

lunedì 25 ottobre 2010

Il mortadello e la mortadella

Appare a tutti evidente che per pubblicizzare della mortadella nella metropolitana milanese occorra fotografare due consumatori nudi. L'intento qui è quello cercare di capire bene bene come sono presentati questi due consumatori.
Partiamo dalle proporzioni e dagli spazi.
Metà del manifesto è occupato dalle scritte del prodotto, una mortadella battezzata "Suprema Fiorucci" e definita "supernaturale". Entrambi concetti che sembrano riferirsi alla modella, scelta per apparire al tempo stesso "suprema" e "supernaturale". 
L'altra metà è occupata dai due consumatori, un uomo e una donna, appunto.
Fin dal primo sguardo si capisce che i due sono in intimità e nudi e questo – nel 2010 – non ci fa nessun effetto. Ma guardiamo meglio. L'uomo ha il ventre nascosto, non siamo certi che sotto sia nudo, ma la scena non sembra lasciare dubbi. La donna è invece certamente nuda e i suoi seni si vedono attraverso i sontuosi capelli sciolti. Quindi, agli occhi delle donne consumatrici sulla banchina sotterranea è precluso lo sguardo erotico sull'uomo, mentre agli uomini di passaggio viene offerto comunque qualcosa di "supernaturale" da sbirciare, mentre altro viene fatto immaginare al di là della curva del bacino della modella.
L'uomo sta dietro, la donna avanti.
L'uomo è in piedi, cioè in posizione potenzialmente dinamica. La donna seduta, "posata" su un piano rialzato.
L'uomo ride, la donna sorride.
L'uomo non ci guarda, la donna ci guarda.
L'uomo tocca la donna appoggiando il polso sul suo ginocchio e appena sfiora la gamba. La donna – anche in questa pubblicità – non tocca affatto l'uomo, nemmeno in zona panino.
Entrambi reggono una fetta di pane casereccio con un ricco strato di mortadella, appunto, incrociando le braccia come in un brindisi nuziale.
L'uomo non sembra corrispondere al tipo "macho" mentre la donne è sicuramente bella e seduttiva.
Le due mani sul pane sembrano entrambe le mani di una donna, si fa fatica ad un primo sguardo a capirne l'appartenenza. Diciamo che si è scelto di raffigurare un uomo giovane, piuttosto efebico, raffinato, delicato, anche se con una leggera barba incolta. Non ha traccia di peli sul petto, a dispetto della marea di capelli di lei e sembrerebbe più ragazzino, mentre lei ci guarda con aria più consapevole.
Siamo di fronte ad elementi discriminatori molto sottili, abilmente dissimulati dai pubblicitari, forse preoccupati di ripararsi un po' dalle critiche sempre più numerose sulla pubblicità violenta nei confronti dell'immagine della donna. Ci troviamo di fronte, tra un treno e l'altro, ad elementi che difficilmente solleveranno lo scalpore generale. La prova del nove – per decidere dentro di noi, in qualità di consumatori e cittadini bombardati dalla pubblicità stradale, se una pubblicità sia discriminante, violenta, irrispettosa o meno – è il semplice esercizio di trasformare le figure maschili e femminili nei loro opposti. In altri termini, mentre il nostro treno entra in stazione dobbiamo provare a chiederci perché i "creativi" di turno non abbiano fotografato per questa mordatella un uomo sicuramente nudo seduto in primo piano con una donna in piedi, dietro e non sicuramente nuda, con un uomo ammiccante ed esperto e una donna divertita e ragazzina ecc. ecc. Sottili o non sottili, gli elementi dell'analisi mi sembrano fugare ogni dubbio mentre salgo in carrozza. Questa è l'ennesima pubblicità sessista che sfrutta la rappresentazione sessuale della donna e non quella dell'uomo per vendere un prodotto che nulla ha a che vedere con la donna, la nudità, la coppia e nemmeno con l'uomo. Si tratta solamente del più basso anello della catena della produzione dei derivati suini che tenta una scalata del cosiddetto target e, probabilmente, del prezzo, rivestendo il tutto con un leggero alone di lusso visibile sulla fotografia. Insomma, la prova del nove mi autorizza a non acquistare più questa mortadella, nemmeno per una serata di sesso. E parto.
25 ottobre 2010

giovedì 23 settembre 2010

Il cetriolo e la vagina

"Non mettete mai nella vagina qualcosa che non mettereste anche in bocca". Recitava così una memorabile pagina del mio libro di auto-educazione sessuale "Noi e il nostro corpo" che leggevo, come milioni di altre mie coetanee e coetanei all'inizio degli anni '70.
La frase mi fece riflettere molto allora e molte altre volte nella mia vita mi è ritornata in mente, pur essendo io un uomo e quindi senza vagina.
Mi è ritornata in mente anche l'altro giorno mentre passavo per Piazza della Repubblica a Milano guardando questo cartellone pubblicitario della SISLEY. Come forse qualcuno sa, per due decenni mi sono dedicato allo studio in termini fotografici, artistici e comunicativi di questo medium, la cartellonistica pubblicitaria per le strade di Milano appunto, facendomi una qualche idea sulla pesantezza dell'impatto di queste immagini, soprattutto sul mondo delle adolescenti. Bene. A marzo del 2010 ho scattato la mia ultima foto di questa serie dal titolo "Chi è il maestro del lupo cattivo? e ho ultimato la ricerca, non perché non ne sentissi più il bisogno, ma perché sopraffatto dalla mancanza di fondi, dalla velocità dei pubblicitari e, diciamolo pure, dall'indifferenza delle donne, almeno dal punto di vista della massa delle donne italiane.
Ho pensato a quella frase anche se, in effetti, la scena in quanto tale (cioè tolta la marca della ditta dal quadro) non rappresentasse niente di strano ai miei occhi; in altre parole, lo dico più semplicemente non ho niente da eccepire e nessun giudizio da emettere se una ragazza utilizzi un cetriolo per procurarsi un'autogratificazione erotica. Semplicemente sono affari suoi!
La cosa che mi sembrava assurda era invece che quella foto fosse stata scattata per una pubblicità e quindi fosse, al tempo stesso, un veicolo di promozione di capi di abbigliamento ma anche un'ulteriore pietra per lastricare la strada della violenza sulla donna e diffondere modelli di comportamento – adolescenziali e non – che hanno buttato questa nazione nelle tenebre profonde.
Davanti a quel manifesto mi è venuto in mente anche un secondo pensiero unitamente alla voglia di riprendere la macchinetta-fotografica-digitale-a-costo-zero e fotografarlo: perché le mamme d'Italia non incendiano questi cartelloni? Almeno quelle che lottano per contribuire alla creazione di un'identità non assoggettata alle leggi di mercato delle proprie figlie? 
Ho scattato due foto senza molta voglia e sono andato via con questi due pensieri nella testa e un senso di sconfitta nel cuore.
23/9/10



lunedì 3 maggio 2010

Famà

Lo guardo andare via. Si allontana lentamente e mi accorgo che trascina sulla sue spalle una vita di sacrifici e di fatica. Mi appare per la prima volta come un uomo vecchio e mi rendo conto di non averlo mai visto camminare. L'avevo visto sempre seduto e da molto vicino. Oggi lo vedo per la prima volta da lontano, mentre si perde nella folla. Famà sta pensando certamente a quello che è successo fra di noi e custodisce nel taschino della sua camicia di lana a quadroni i 125 euro che gli abbiamo regalato. Io non penso a molto. Riesco solo a capire di aver fatto una cosa importante per tutti e due. Ci siamo ritrovati amici senza conoscerci. Io meno povero di lui e nella mia terra, circondato da decine di amici e persone care che fanno e potranno fare sempre qualcosa per me. Lui, invece, manderà quei soldi immediatamente alla moglie dicendole di non mangiare lei, ma di dare da mangiare ai bambini e alla sua vecchia madra. Capisco che dovrei strapparmi i vestiti di dosso e venderli per dargli tutto quello che posso. La mia situazione economica attuale varia tra i -6.000 e i -10.000 euro da restituire alla banca e alla carta di credito con prospettive di vendita delle mie opere assai dubbie. Forse lui, a conti fatti, è più ricco di me, o meglio meno povero. Ma estremamente più svantaggiato e solo. La voglia di stargli vicino è troppo forte: gli compriamo – Paola ed io – anche 4 collane per 25 euro e gli regaliamo un pacco di biscotti. Mi dice a testa basta che si sta vergognando. Io gli stringo il polso e lo prego di accettare per fare una mattina colazione con qualcosa di buono. Almeno ci saranno i biscotti.
Mentre si allontana con quella camminata che mi ha sorpreso per lentezza e fatica ripenso a come l'ho recuperato. Pensavo di non vederlo più e di non potergli consegnare quella piccola cifra che avevo destinato a lui. Sarebbe stata una cosa incredibile: aver bisogno di soldi e non sapere che qualcuno ti cerca per dartene.
Allah è grande gli ha detto l'altro mio amico Talat,  panettiere egiziano, quando lo ha visto per strada. Lo ha chiamato dalla panetteria che si trova accanto al primo negozio che ho avuto fino a 10 giorni fa, e gli ha chiesto il nome per attuare la mia richiesta di disperato contatto. 
- Come ti chiami? 
- Famà
- Allora va bene. Sei tu. Devi andare a questo indirizzo perché quel signore delle fotografie ha dei soldi per te. Ti aspetta, vuole farti un regalo.
- Ma non scherzare!
- Corri, Allah è grande. Ti aspetta. Vai oggi stesso.
Famà ha preso il bus e mi ha cercato. Gli ha creduto o forse ha creduto nell'idea che si era fatta di me.
L'ho visto dall'interno del nuovo negozio, mentre levigavo una cornice a mano. Si è fermato a guardarmi per essere sicuro che fossi io e poi si è messo sulla vetrina.
Gli sono corso incontro e l'ho abbracciato. La paura di non rivederlo è finita con un abbraccio al quale né lui né io eravamo abituati.
Si siede e prende senza chiedermela una caramella dal vassoio che teniamo per i clienti. Mi piace che si senta libero di farlo. Non trovo le parole migliori e apro il portafogli dicendogli che ho destinato a lui dei soldi da spedire alla famiglia. Dei soldi che alcuni amici avevano raccolto per una lotteria in cui ho messo in palio una mia fotografia. La spiegazione è troppo complessa per il suo italiano ma voglio assicurarmi che lui capisca che sono soldi che io avrei potuto non dargli. Voglio che senta la mia vicinanza. E voglio che capisca che io non sono una persona ricca. Quei soldi per me valgono tanto lo stesso. Non come per lui, ma valgono anche per me. Voglio fargli sentire che sono in quel momento suo fratello maggiore. Famà ha 46 anni, io 50.
La situazione è bizzarra perché io so che si tratta di 100 euro, lui no e non so cosa si aspetti.
Tiro fuori le due banconote da 50 insieme e gliele porgo senza riuscire a guardarlo negli occhi. Io ho più vergogna di lui. Vergogna per tutto il genere umano che si è ridotto a questo schifo. Vergogna perché mi racconta che proprio la mattina la moglie lo ha chiamato al cellulare per dirgli che non aveva più un soldo per sfamare i due ragazzini. Mi chiedo in che condizioni ci siamo ridotti se io devo aiutare uno disgraziato come me e quelli che potrebbero veramente aiutarlo girano la faccia.
Parliamo, parliamo. Cerco di sapere tutto quello che posso. Quanto guadagna un operaio in Senegal (mi dice 200 euro al mese); quanto costa l'affitto fuori Dakar e mi dice che costa anche 40 euro al mese. Cerco di capire per quanto tempo basteranno quei soldi. Ignoro tutto del suo mondo e mi avvilisco perché so bene che la sua vita e quella della sua famiglia sarà difficile sempre. Mi rincuoro quando mi racconta di un bravissimo vigile di San Benedetto del Tronto (dove lui lavora l'estate) che gli è amico e l'aiuta se si caccia nei guai o di una signora di Milano che una volta gli ha regalato 50 euro da mandare ai bambini. Per una città che costruisce grattacieli inutili mi sembra uno schifo. 
È passata oltre mezz'ora l'ufficio per spedire i soldi è ormai chiuso. Li spedirà domani mattina presto. Ora se ne va. Ci abbracciamo di nuovo e lo accompagno alla porta. Non so se lo rivedrò, ma credo di sì. Devo vendere le sue quattro collane e pagargli gli altri 15 euro! 






30/4/2010



mercoledì 28 aprile 2010

Le stagioni che finiscono






Quante stagioni finiscono e finisce anche questa, tra l'affetto degli amici sempre più numerosi che tornano e tornano e tornano e si aggiungono e mi danno qualcosa ogni volta di più.
Fra poco si chiuderà questa esperienza nel negozio di via carpi e probabilmente in questa via non tornerò mai più come mai ero venuto prima.
Cosa rimarrà nel mio cuore di tutta questa energia? Rimarrà il sorriso di quanti sono entrati qui e hanno goduto con me di queste mie creature minime e affettuose. Con me e con loro.


12/4/10

Gli artisti non devono fare politica
















Gli artisti (e qui intendo il mio modo di fare l'artista e di farlo con la macchina fotografica) non devono fare politica. Gli artisti devono stare più avanti della politica. Cominciare a fare politica significherebbe fermarsi, essere impantanati, dover spiegare quello che hanno visto a persone che non hanno voluto vederlo. E' giusto che essi si dedichino alla propria politica migliore che è l'invenzione. La visione della contemporaneità un minuto prima che accada compiutamente. Per poi raccontarla agli altri. E continuare da soli. Altrimenti finiscono per essere contaminati da fattori come il tempo, il compromesso, il calcolo, la necessaria convenienza che distruggono la loro poesia e l'emozione e la politica. 

martedì 2 febbraio 2010

Le note e il pentagramma


Le note e il pentagramma li abbiamo messi insieme senza nemmeno dircelo.
Siamo stati a sentire una musica che apparentemente nessuno di noi due stava suonando per un tempo tutto sommato breve. Ma guardandoci fuori dalla porta abbiamo capito che il tempo era stato brevissimo e abbiamo avuto un fremito di paura.
Ma di cosa abbiamo avuto paura? Eravamo due persone miti e lo sapevamo.
Abbiamo forse avuto paura della disabitudine e dell'estraneità che ci bagnano ogni secondo di questa vita. Ma noi due toccavamo con le mani degli oggetti che ci erano familiari e fraterni. Allora abbiamo smesso di aver paura e abbiamo suonato insieme.
Io le note e tu il pentagramma. O viceversa, non importa. ma ti prego non farmi scherzi! Non togliermi la carta da sotto alle note. 

domenica 27 dicembre 2009

La città che ci meritiamo


Diceva Tucidide che le città non sono fatte da muri ma da uomini. Io aggiungo anche da donne (perché, sapete, a quei tempi erano nu poc' sessisti). Questa è la pubblicità sessista delle termemilano. che ha salutato l'anno vecchio. E, quindi, ognuno ha ma città che si merita! 
Peccato non poterci più andare. Alle termemilano. Ci avevo fatto un pensierino...
Per l'anno nuovo vi faccio un augurio: che possiate aderire senza freni al mio slogan IO CONSUMO CRITICO E TU?
ico

Un palo tra le gambe


Come finisce l'anno?
Più o meno così com'era cominciato!
Le pubblicità sessiste non accennano a diminuire, anzi, si mantengono saldamente al comando della classifica tra quelle stradali.
Quello che forse è migliorato in questo anno è lo slancio partecipativo di alcune donne e alcuni uomini che, già sensibilizzati, escono dal silenzio e cominciano a protestare o si associano alle nostre proteste.
Non è un segnale da sottovalutare dopo questi 30 anni di morfina cerebrale in cui le voglie di democrazia e di partecipazione si sono spente visibilmente tanto da portarci a pascolare alle soglie di una dittatura senza il minimo scalpore.
Certo, le idee delle persone comuni sulla pubblicità sono ancora molto confuse e le spiegazioni per avere successo devono durare almeno 1 ora per ogni cartellone ma, alla fine, il chiarimento arriva sempre.
Cosa fare nell'anno nuovo?
non lo so!
io avverto, quasi "controtendenzialmente" la voglia di starmene un po' in silenzio e ritornare alle mie fotografie lasciando alle altre persone dell'associazione www.protocollocontrolapubblicitasessista.it la parte più politica della lotta alle pubblicità sessiste. Forse è più utile se mi rimetto a creare delle opere su questo tema. 
È stato per me un anno di tante parole e sono effettivamente stanco. Vorrei ricominciare a produrre opere. Teatro, foto, scenografie su questo tema perché il primo gradino è facile da salire, ma la scala è lunga e potrebbe non essere percorsa.
Il 2010 sarà il ventesimo anno della mia opera "Chi è il maestro del lupo cattivo?" e forse dovrà cambiare faccia. Vorrei girare un video e montarmelo da solo per raccontare altre mie sensazioni e credo che ci riuscirò.
L'anno finisce ancora una volta con un palo tra le gambe ma si sceglie di rappresentare la scena con le fattezze gentili di una donna che non sembrerebbe una prostituta. Così come in tante occasioni si è cercato di mascherare l'ammiccamento sotto spoglie gentili.
Io questo palo l'anno prossimo vorrei farlo viaggiare. Per altri lidi e verso altre persone!
Buon 2010
Ico