martedì 14 dicembre 2010

Dal ginecologo con la borsetta

Siamo alle solite: mi trovo ad interpretare immagini pubblicitarie con ruoli femminili non essendo io femmina! Questa volta è complicato e, devo ammetterlo, non essendo mai stato dal ginecologo sono ignorante circa i comportamenti e le posizioni che una donna assume nel suo studio. Da alcuni film qualche idea me la sono fatta, ma non so se basta. In mancanza di esperienze personali, ricorro ad alcune materie cui ho dedicato molti anni di studio e, devo dire, con grande passione. Tra queste senz'altro la storia dell'arte e, scavando più all'interno, l'iconografia e l'iconologia. A proposito della prima, l'iconografia, essa ci insegna che per dipingere un presepe ci vogliono il bue, l'asinello, il bambino, la madonna ecc. Sì, sì, anche san giuseppe.
La seconda, l'iconologia, ci spiega il significato intrinseco delle varie componenti di una scena. Il bue significa mitezza, la pecorella docilità, il leone la forza, san giuseppe il padre... ecc. ecc.
Dal punto di vista iconografico, possiamo dire che questa nuova campagna d'inverno della ditta più aeroportuale della valigeria italiana non lascia dubbi: abbiamo solo due possibilità. O siamo di fronte a una giovane donna stesa su un lettino per farsi visitare dal ginecologo – come la posizione distesa, con le gambe sollevate e allargate lascerebbe presagire –, oppure sta per disporsi a un atto sessuale – come la posizione distesa, con le gambe sollevate e allargate lascerebbe presagire. Atto sessuale per il quale, tra l'altro, non si vede il partner e non sembrerebbe costituire un momento di grande attrazione per la ragazza, presentata con uno sguardo assente, distante, quasi artificiale. Diciamo una ragazza non partecipe. Sicuramente, non abbiamo elementi per sostenere, in base all'abitudine iconografica degli ultimi secoli, che si tratti di una donna che si distende per riposarsi sia perché la posizione appare piuttosto scomoda e precaria, sia per le scarpe tenute ai piedi – inclinati al limite della lussazione su tacco 13 – ancora calzate e ben puntate al suolo. In entrambi i casi casi probabili visti prima, la borsa non appare come un elemento iconografico significativo e viene perciò addirittura scartata dalla protagonista. Qualche dubbio permane su altri due elementi iconografici: il fiocco sul fianco della donna, che sembrerebbe alludere ad un pacco regalo, e la coroncina sulla testa che rimanda forse a un mondo fatato cui sembrerebbero alludere anche la grafica disegnata intorno e le stelline. Ma qui non abbiamo certezze. Occorrerebbe magari studiare l'intera campagna per capire di più.
Del tutto vaga è invece la ricostruzione iconologica più generale, la spiegazione dei segni contenuti, del messaggio, soprattutto se riferita al mondo pubblicitario nel quale il cartellone si inserisce a pieno titolo. Infatti, alla domanda: "cosa significa questa donna dal ginecologo su un cartellone?" non so rispondere. Alla domanda "perché ci va tenendosi la borsa? nemmeno e così via. Posso però chiedermi: perché per vendere una borsa – che per di più sembrerebbe essere abbandonata dalla protagonista e non conservata gelosamente – si fa distendere una modella a gambe allargate in questa posizione di offerta sessuale e/o ginecologica? Butto via i miei libri di storia dell'arte, qui non servono. Gli stiamo dando troppa importanza. Questi non si sono poste tutte queste domande: hanno solo cercato e trovato un modo per mortificare un'altra donna e tutte quelle che la guardano. Ma che strano! Proprio le donne che avrebbero dovuto comprare questa borsetta. Già! Avrebbero!!! 


Ico gasparri


13/12/10 Santa Lucia illuminaci tu


per Donne della realtà - palafitta n. 5

lunedì 6 dicembre 2010

Quando la pubblicità offre le risposte: Limoni 2

Basta avere pazienza. Già altre volte mi è capitato di vedere chiarito un mio dubbio – diciamo meglio un sospetto di sottintesi sessisti in una pubblicità – da parte della stessa azienda che aveva prodotto una prima campagna violenta e discriminante ma con un piccolo margine di incertezza. Il caso della ditta Limoni ha del meraviglioso: dopo la donna che si masturba dell'estate 2009 e quella nuda che mangia una palla dell'albero del natale 2009, per chiarire il loro pensiero in merito all'immagine della donna/cliente questa volta sono bastati solo 8 giorni dalla prima fotografia che ho scattato allo stesso megaimpianto il 22 novembre 2010 e il 1 dicembre quando la nuova mega-campagna viene a rafforzare il messaggio sessista della donna arrossata di rosso rossetto (palafitta n.3). Ora la donna viene presentata intera e completamente nuda in fattezze di bambola imbambolata, immobilizzata in una posa incomprensibile mentre si infila tra nastri rossi natalizi che la cingono come un grande pacco regalo. Per non smentire gli ultimi 60 anni di bigottismo ipocrita italico la nudità viene castigata all'altezza dei due capezzoli. Il capezzolo no! Vi mettiamo una donna nuda di 80 metri quadrati in Viale Tunisia a Milano per vendere trucchi e profumi ma il capezzolo non possiamo farvelo vedere. "Noi abbiamo rispetto per la donna", sembrerebbe di sentire nell'aria. La posizione inginocchiata sotto la scritta "annus splendidus" è incomprensibile come pure l'espressione estatica col dito indice dietro alla nuca. Non mi addentro in altre interpretazioni rocambolesche, mi limito perciò solo a segnalare questa modalità di rappresentazione alle donne che non avessero ancora deciso dove andare a farsi impacchettare come un bel regalo di Natale. Io, che donna non sono, l'avevo già deciso. Da un'altra parte.


Ico Gasparri


6 dicembre 2010


Palafitta n. 4 per Donne della realtà





mercoledì 24 novembre 2010

Arrossata di rosso rossetto

Ad averle seguite nel corso dei mesi, si può delineare una scia continua di sesso nelle pubblicità della ditta profumiera Limoni, attiva a Milano e forse altrove. Mi interessa poco o nulla dove siano attivi, certo non si fanno mancare niente. L'anno scorso i geni della comunicazione di questa catenella profumiera avevano finalmente sdoganato la masturbazione femminile in una campagna d'estate. Finalmente, anche le donne avevano il diritto di toccarsi sulla pubblicità. A pensarci bene... non "anche" le donne, ma "solo" le donne. Uomini che si mettono le mani nelle mutande io non ne ricordo. C'era, in quel caso, una bella ragazza (perché, si sa, per vendere profumi è meglio far masturbare una tipa bella che "una simpatica") intenta a "dedicarsi a se stessa" accompagnata da una scritta ambigua che indicava anche il prezzo, anzi meglio, lo sconto del 60% ben scritto in grande. 
Archiviata l'autosoddisfazione dell'estate 2009, questa volta l'azione è indirizzata verso la regina incontrastata della pubblicità stradale, la modalità più popolare di "impiego" delle donne per vendere prodotti, la fantasia più a buon mercato e più facilmente praticabile a vantaggio dei miei colleghi di genere maschile, il riferimento che tutti e tutte capiscono al volo: la fellatio, il sesso orale, i pompini. Chiamateli come volete, ma una serie troppo lunga di campagne pubblicitarie negli ultimi 20 anni ha insistito su questa modalità di penetrazione a senso unico (nel senso del piacere) tutta a vantaggio maschile, sia in termini di sollecitazioni erotiche, sia in termini di sottomissione femminile. Le bocche, le lingue, le labbra bagnate, aperte o socchiuse, con o senza il dito medio tra i denti, con o senza la lingua che spunta, sempre ben arrossate di rossetto rosso sono lì a suggerire continuamente penetrazioni orali. Ma qual è il senso? Da uomo mi chiedo cosa significhi tutto ciò. Perché? Se questi stanno cercando di vendere profumi, perché scomodano questo fantasma della bocca che succhia? Non poteva bastare il rosso sulle labbra per reclamizzare i rossetti? C'era bisogno di spalancare la bocca e indirizzarvici un fallo-rossetto in una posa così innaturale? 
Cerchiamo di leggere più da vicino questa immagine. Innanzitutto il contesto. Ci troviamo di fronte ad un magaposter sistemato su un costosissimo impianto che riveste la facciata di uno dei tanti palazzi milanesi abbandonati. Queste case per mesi ed anni accoglieranno le pubblicità in attesa che le holding finanziarie, titolari della ri/costruzione, si mettano al lavoro. È accaduto su monumenti pubblici (Porta Venezia e Porta Romana) figuriamoci se non accadrà su case private. In questo caso specifico, si tratta di un palazzo abbandonato da molti anni in viale Tunisia, già occupato dai migranti senza tetto e sgomberati alla milanese-maniera dalla polizia in assetto di guerra. Sono seguiti altri due o tre anni di incuria con facciate pericolosamente infiltrate dall'acqua piovana finché sono comparsi i ponteggi e una sistemazione pubblicitaria molto accurata. Da mesi va avanti così. Muratori, almeno dall'esterno, non se ne vedono e noi ci dobbiamo as/sorbire queste pubblicità invadenti e inquinanti.
Passando ai contenuti, si tratta di un annuncio alla popolazione del cambio di nome – e presumo cambio di proprietà, ma qui è irrilevante – di alcune profumerie che passano dal nome Garbo al nome Limoni. Si capisce che la faccenda dal punto di vista commerciale, per il consumatore, non rivesta alcuna importanza, abituati come siamo al turn-over di loghi, marche e sigle sulle vetrine per prodotti che restano identici. Ecco allora che per dare interesse a una notizia puramente finanziaria/imprenditoriale si scomoda lo stereotipo della donna stupida che, si sa, in pubblicità meglio non farlo mai mancare. Alla ragazza fotografata viene chiesto di assumere – di fronte a questo annuncio – un'espressione meravigliata, esagerata, sorpresa, strabiliata, quasi avessero annunciato un cambio al vertice del ministero dei beni culturali. La ragazza – alla quale gentilmente viene chiesto di presentarsi nuda all'annuncio perché, si sa, tutte le donne si truccano nude mentre ascoltano queste notizie alla radio o alla TV – spalanca la sua bocca mettendosi addirittura le mani ai lati del volto. A Napoli si sarebbe immaginata un'esclamazione del tipo " 'U Maronna miaaaa". Ma ritorniamo alla fellatio. Cosa aggiungiamo ad una donna così stupita? Una volta che l'abbiamo scelta bella, l'abbiamo truccata di tutto punto e sollevata sopra la media estetica delle donne italiane e le abbiamo aperto la bocca, appare scelta inevitabile chiederle di proiettare il suo rossetto rosso sangue verso il centro della stessa. Non verso le labbra, superiore o inferiore, come sarebbe stato più normale ed ergonomico: qui il rossetto punta diritto al centro, tenuto tra le dita col taglio dalla parte sbagliata come nessuna donna lo tiene mai e inclinato in modo innaturale, cioè puntato in bocca. Anche a me che non sono un maniaco sessuale e non ho pratica di applicazione di rossetti il messaggio giunge inequivocabile. 
Già! ma questo non è un cartellone concepito per suggerire acquisti agli uomini, bensì alle donne che, si sa, sono frequentatrici di profumerie più di noi uomini. Qui si apre la consueta voragine investigativa che riassumo col solito scioglilingua: perché per vendere alle donne prodotti femminili si usa una pubblicità basata su un linguaggio diretto ai peggiori istinti maschili?
Proprio qui sta il problema e la risposta, oltre che da questa, viene da centinaia di altre campagne che ho analizzato dal 1990 e riposa tutta sull'"autoreferenzialità collettiva mortificante", se posso dire così, cioè sull'idea che la donna attraverso queste sciagurate immagini possa crearsi giorno dopo giorno, pensiero dopo pensiero, una determinata idea di sé. Non esclusivamente con la pubblicità, è chiaro, ma anche e molto attraverso essa. Siamo entrati – e la pubblicità ce lo dice chiaramente (la mancanza di reazioni collettive ce lo dice ancora più chiaramente) – a piedi pari nell'epoca dell'accondiscendenza in cui, sui cartelloni e in tanti momenti della vita privata reale milioni di donne si autodispongono alla sottomissione e allo svilimento da parte degli uomini, convinte che questa sia la strada migliore. E in alcuni casi ne hanno le prove! È un discorso difficile questo, che molte donne non accettano perché credono di non accondiscendere, di non accettare mai e poi mai affronti del genere. Purtroppo questo è vero solo fino al momento fatidico in cui i propri mariti/compagni/figli tornano a casa e domandano perché non sia ancora pronto in tavola... 
Qui il discorso si allarga troppo e, soprattutto, esce dalle mie competenze specifiche. Allora ricomincio a riflettere e a sperare, torno alla pubblicità e mi chiedo: perché le donne – visti e considerati questi tristi argomenti – dovrebbero scegliere di fare acquisti presso questa catenella profumiera, in seguito a questa affissione gigante e mortificante? Già! In effetti, ma perché le donne dovrebbero farlo? 


Ico Gasparri 


24 novembre 2010


per Donne della realtà - Palafitta 3

domenica 7 novembre 2010

In una città che...

- in una città che... 

fino a ieri ti suonava se ti fermavi per far passare un'ambulanza all'incrocio

- in una città che... 

in tutto viale tunisia non si riesce a far rispettare un divieto di sosta a 100 metri dal comando dei vigili urbani

- in una città che... 

esiste ancora il caporalato in piazzale lotto la mattina alle cinque

- in una città che... 

spende 9 milioni di euro per sgomberare i ROM con le ruspe

- in una città che... 

costruisce grattacieli inutili per sentirsi importante e guadagnare milioni

- in una città che... 

persone che un tempo avrebbero fatto i parcheggiatori abusivi oggi fanno gli assessori...

stasera c'erano centinaia di persone in fila per entrare al teatro dal verme ad ascoltare giuliano pisapia e nichi vendola parlare di poesia, valori, democrazia, civiltà del lavoro anche quando era chiaro che i posti dentro al teatro sarebbero stati irragiungibili. 

- in una città come questa... 

io ci voglio riprovare!

SOSTENGO GIULIANO PISAPIA ALLA PRIMARIE, ALLE ELEZIONI E, SOPRATTUTTO, DOPO CHE SARA' STATO ELETTO SINDACO PERCHE' LE MACERIE CHE LASCERANNO GLI ALTRI SARANNO ALTE COME MONTAGNE. DENTRO E FUORI I NOSTRI CUORI.

venerdì 5 novembre 2010

La città è più sola

Mi è capitato quest'anno di perdere due persone care; due di quelle che davano alla città agonizzante ancora qualche speranza: Giovanni Quadrio Curzio e Nuccio Ambrosino.
Entrambi molto grandi e molto fuori dalle regole del "mondo che conta". Forse per questo avevano voluto essermi amici e di questo sono scosso, provo dei brividi che ora mi fanno sentire più solo. Due uomini non più giovani ma che non avevano bisogno di fare i giovani. Due maestri dai quali non ho fatto in tempo ad imparare proprio niente. Davanti al loro ricordo, così come davanti alle loro persone vive, resto fermo e muto, sapendo che ogni cosa che potrei dire sarebbe una stonatura. Eppure entrambi hanno fatto cose molto belle per me e prive di interessi personali, così come erano abituati nei confronti dei più giovani. Giovanni aveva avuto la faccia tosta di invitarmi alla grande mostra sulla Sicilia in mezzo ad altri fotografi di tutto il mondo molto più conosciuti di me, ma lui ci aveva creduto e il pubblico gli ha dato ragione. Come potrei non essere ammirato di tanto coraggio nel silenzio. Era un uomo che aveva creduto molto in me e non me ne devo dimenticare.
Nuccio mi ha regalato addirittura le riprese e la regia di una mia conferenza "storica" quella di presentazione del Protocollo contro la pubblicità sessista alla camera del lavoro il 6 maggio 2009. Con Nuccio eravamo stati più amici, più volte a tavola insieme e più spesso al bar a bere un caffè. Una volta mi ha invitato a vedere delle riprese dei giovani di Brera che lui esaltava più di ogni altra cosa. Eravamo in un capannone per girare e, in mezzo a tanti addetti ai lavori, si è girato verso di me e mi ha chiesto cosa ne pensassi. Ma cosa potevo pensarne io? era la prima volta che assistevo ad una ripresa dal vivo e non potevo pensare niente. È stato come se qualcuno mi regalasse un abito molto più grande della mia misura chiedendomi di espandermi fino a tendere le cuciture. Gli ho risposto che forse, ma forse, sarei riuscito ad imparare qualcosa, ma neanche di questo ero sicuro. E mi ricordo di un'altra volta che è venuto in un posto fuori milano. lontano, dove tenevo una lezione ad un pubblico di sconosciuti sul mestiere dell'artista sociale e lui si è seduto ad ascoltarmi come se fosse un ragazzino a scuola. Ho parlato malissimo, detto cose sconclusionate perché era fuori posto la sua sedia tra il pubblico. Per fortuna alla fine è intervenuto e ha demolito buona parte delle cose che avevo detto, dicendone di sue complesse, dirette, provocatorie, come sempre. Anche quella volta sono rimasto in silenzio ad imparare. E così rimane questa città morente senza due delle luci migliori. Buia e muta.  

lunedì 25 ottobre 2010

Il mortadello e la mortadella

Appare a tutti evidente che per pubblicizzare della mortadella nella metropolitana milanese occorra fotografare due consumatori nudi. L'intento qui è quello cercare di capire bene bene come sono presentati questi due consumatori.
Partiamo dalle proporzioni e dagli spazi.
Metà del manifesto è occupato dalle scritte del prodotto, una mortadella battezzata "Suprema Fiorucci" e definita "supernaturale". Entrambi concetti che sembrano riferirsi alla modella, scelta per apparire al tempo stesso "suprema" e "supernaturale". 
L'altra metà è occupata dai due consumatori, un uomo e una donna, appunto.
Fin dal primo sguardo si capisce che i due sono in intimità e nudi e questo – nel 2010 – non ci fa nessun effetto. Ma guardiamo meglio. L'uomo ha il ventre nascosto, non siamo certi che sotto sia nudo, ma la scena non sembra lasciare dubbi. La donna è invece certamente nuda e i suoi seni si vedono attraverso i sontuosi capelli sciolti. Quindi, agli occhi delle donne consumatrici sulla banchina sotterranea è precluso lo sguardo erotico sull'uomo, mentre agli uomini di passaggio viene offerto comunque qualcosa di "supernaturale" da sbirciare, mentre altro viene fatto immaginare al di là della curva del bacino della modella.
L'uomo sta dietro, la donna avanti.
L'uomo è in piedi, cioè in posizione potenzialmente dinamica. La donna seduta, "posata" su un piano rialzato.
L'uomo ride, la donna sorride.
L'uomo non ci guarda, la donna ci guarda.
L'uomo tocca la donna appoggiando il polso sul suo ginocchio e appena sfiora la gamba. La donna – anche in questa pubblicità – non tocca affatto l'uomo, nemmeno in zona panino.
Entrambi reggono una fetta di pane casereccio con un ricco strato di mortadella, appunto, incrociando le braccia come in un brindisi nuziale.
L'uomo non sembra corrispondere al tipo "macho" mentre la donne è sicuramente bella e seduttiva.
Le due mani sul pane sembrano entrambe le mani di una donna, si fa fatica ad un primo sguardo a capirne l'appartenenza. Diciamo che si è scelto di raffigurare un uomo giovane, piuttosto efebico, raffinato, delicato, anche se con una leggera barba incolta. Non ha traccia di peli sul petto, a dispetto della marea di capelli di lei e sembrerebbe più ragazzino, mentre lei ci guarda con aria più consapevole.
Siamo di fronte ad elementi discriminatori molto sottili, abilmente dissimulati dai pubblicitari, forse preoccupati di ripararsi un po' dalle critiche sempre più numerose sulla pubblicità violenta nei confronti dell'immagine della donna. Ci troviamo di fronte, tra un treno e l'altro, ad elementi che difficilmente solleveranno lo scalpore generale. La prova del nove – per decidere dentro di noi, in qualità di consumatori e cittadini bombardati dalla pubblicità stradale, se una pubblicità sia discriminante, violenta, irrispettosa o meno – è il semplice esercizio di trasformare le figure maschili e femminili nei loro opposti. In altri termini, mentre il nostro treno entra in stazione dobbiamo provare a chiederci perché i "creativi" di turno non abbiano fotografato per questa mordatella un uomo sicuramente nudo seduto in primo piano con una donna in piedi, dietro e non sicuramente nuda, con un uomo ammiccante ed esperto e una donna divertita e ragazzina ecc. ecc. Sottili o non sottili, gli elementi dell'analisi mi sembrano fugare ogni dubbio mentre salgo in carrozza. Questa è l'ennesima pubblicità sessista che sfrutta la rappresentazione sessuale della donna e non quella dell'uomo per vendere un prodotto che nulla ha a che vedere con la donna, la nudità, la coppia e nemmeno con l'uomo. Si tratta solamente del più basso anello della catena della produzione dei derivati suini che tenta una scalata del cosiddetto target e, probabilmente, del prezzo, rivestendo il tutto con un leggero alone di lusso visibile sulla fotografia. Insomma, la prova del nove mi autorizza a non acquistare più questa mortadella, nemmeno per una serata di sesso. E parto.
25 ottobre 2010

giovedì 23 settembre 2010

Il cetriolo e la vagina

"Non mettete mai nella vagina qualcosa che non mettereste anche in bocca". Recitava così una memorabile pagina del mio libro di auto-educazione sessuale "Noi e il nostro corpo" che leggevo, come milioni di altre mie coetanee e coetanei all'inizio degli anni '70.
La frase mi fece riflettere molto allora e molte altre volte nella mia vita mi è ritornata in mente, pur essendo io un uomo e quindi senza vagina.
Mi è ritornata in mente anche l'altro giorno mentre passavo per Piazza della Repubblica a Milano guardando questo cartellone pubblicitario della SISLEY. Come forse qualcuno sa, per due decenni mi sono dedicato allo studio in termini fotografici, artistici e comunicativi di questo medium, la cartellonistica pubblicitaria per le strade di Milano appunto, facendomi una qualche idea sulla pesantezza dell'impatto di queste immagini, soprattutto sul mondo delle adolescenti. Bene. A marzo del 2010 ho scattato la mia ultima foto di questa serie dal titolo "Chi è il maestro del lupo cattivo? e ho ultimato la ricerca, non perché non ne sentissi più il bisogno, ma perché sopraffatto dalla mancanza di fondi, dalla velocità dei pubblicitari e, diciamolo pure, dall'indifferenza delle donne, almeno dal punto di vista della massa delle donne italiane.
Ho pensato a quella frase anche se, in effetti, la scena in quanto tale (cioè tolta la marca della ditta dal quadro) non rappresentasse niente di strano ai miei occhi; in altre parole, lo dico più semplicemente non ho niente da eccepire e nessun giudizio da emettere se una ragazza utilizzi un cetriolo per procurarsi un'autogratificazione erotica. Semplicemente sono affari suoi!
La cosa che mi sembrava assurda era invece che quella foto fosse stata scattata per una pubblicità e quindi fosse, al tempo stesso, un veicolo di promozione di capi di abbigliamento ma anche un'ulteriore pietra per lastricare la strada della violenza sulla donna e diffondere modelli di comportamento – adolescenziali e non – che hanno buttato questa nazione nelle tenebre profonde.
Davanti a quel manifesto mi è venuto in mente anche un secondo pensiero unitamente alla voglia di riprendere la macchinetta-fotografica-digitale-a-costo-zero e fotografarlo: perché le mamme d'Italia non incendiano questi cartelloni? Almeno quelle che lottano per contribuire alla creazione di un'identità non assoggettata alle leggi di mercato delle proprie figlie? 
Ho scattato due foto senza molta voglia e sono andato via con questi due pensieri nella testa e un senso di sconfitta nel cuore.
23/9/10



lunedì 3 maggio 2010

Famà

Lo guardo andare via. Si allontana lentamente e mi accorgo che trascina sulla sue spalle una vita di sacrifici e di fatica. Mi appare per la prima volta come un uomo vecchio e mi rendo conto di non averlo mai visto camminare. L'avevo visto sempre seduto e da molto vicino. Oggi lo vedo per la prima volta da lontano, mentre si perde nella folla. Famà sta pensando certamente a quello che è successo fra di noi e custodisce nel taschino della sua camicia di lana a quadroni i 125 euro che gli abbiamo regalato. Io non penso a molto. Riesco solo a capire di aver fatto una cosa importante per tutti e due. Ci siamo ritrovati amici senza conoscerci. Io meno povero di lui e nella mia terra, circondato da decine di amici e persone care che fanno e potranno fare sempre qualcosa per me. Lui, invece, manderà quei soldi immediatamente alla moglie dicendole di non mangiare lei, ma di dare da mangiare ai bambini e alla sua vecchia madra. Capisco che dovrei strapparmi i vestiti di dosso e venderli per dargli tutto quello che posso. La mia situazione economica attuale varia tra i -6.000 e i -10.000 euro da restituire alla banca e alla carta di credito con prospettive di vendita delle mie opere assai dubbie. Forse lui, a conti fatti, è più ricco di me, o meglio meno povero. Ma estremamente più svantaggiato e solo. La voglia di stargli vicino è troppo forte: gli compriamo – Paola ed io – anche 4 collane per 25 euro e gli regaliamo un pacco di biscotti. Mi dice a testa basta che si sta vergognando. Io gli stringo il polso e lo prego di accettare per fare una mattina colazione con qualcosa di buono. Almeno ci saranno i biscotti.
Mentre si allontana con quella camminata che mi ha sorpreso per lentezza e fatica ripenso a come l'ho recuperato. Pensavo di non vederlo più e di non potergli consegnare quella piccola cifra che avevo destinato a lui. Sarebbe stata una cosa incredibile: aver bisogno di soldi e non sapere che qualcuno ti cerca per dartene.
Allah è grande gli ha detto l'altro mio amico Talat,  panettiere egiziano, quando lo ha visto per strada. Lo ha chiamato dalla panetteria che si trova accanto al primo negozio che ho avuto fino a 10 giorni fa, e gli ha chiesto il nome per attuare la mia richiesta di disperato contatto. 
- Come ti chiami? 
- Famà
- Allora va bene. Sei tu. Devi andare a questo indirizzo perché quel signore delle fotografie ha dei soldi per te. Ti aspetta, vuole farti un regalo.
- Ma non scherzare!
- Corri, Allah è grande. Ti aspetta. Vai oggi stesso.
Famà ha preso il bus e mi ha cercato. Gli ha creduto o forse ha creduto nell'idea che si era fatta di me.
L'ho visto dall'interno del nuovo negozio, mentre levigavo una cornice a mano. Si è fermato a guardarmi per essere sicuro che fossi io e poi si è messo sulla vetrina.
Gli sono corso incontro e l'ho abbracciato. La paura di non rivederlo è finita con un abbraccio al quale né lui né io eravamo abituati.
Si siede e prende senza chiedermela una caramella dal vassoio che teniamo per i clienti. Mi piace che si senta libero di farlo. Non trovo le parole migliori e apro il portafogli dicendogli che ho destinato a lui dei soldi da spedire alla famiglia. Dei soldi che alcuni amici avevano raccolto per una lotteria in cui ho messo in palio una mia fotografia. La spiegazione è troppo complessa per il suo italiano ma voglio assicurarmi che lui capisca che sono soldi che io avrei potuto non dargli. Voglio che senta la mia vicinanza. E voglio che capisca che io non sono una persona ricca. Quei soldi per me valgono tanto lo stesso. Non come per lui, ma valgono anche per me. Voglio fargli sentire che sono in quel momento suo fratello maggiore. Famà ha 46 anni, io 50.
La situazione è bizzarra perché io so che si tratta di 100 euro, lui no e non so cosa si aspetti.
Tiro fuori le due banconote da 50 insieme e gliele porgo senza riuscire a guardarlo negli occhi. Io ho più vergogna di lui. Vergogna per tutto il genere umano che si è ridotto a questo schifo. Vergogna perché mi racconta che proprio la mattina la moglie lo ha chiamato al cellulare per dirgli che non aveva più un soldo per sfamare i due ragazzini. Mi chiedo in che condizioni ci siamo ridotti se io devo aiutare uno disgraziato come me e quelli che potrebbero veramente aiutarlo girano la faccia.
Parliamo, parliamo. Cerco di sapere tutto quello che posso. Quanto guadagna un operaio in Senegal (mi dice 200 euro al mese); quanto costa l'affitto fuori Dakar e mi dice che costa anche 40 euro al mese. Cerco di capire per quanto tempo basteranno quei soldi. Ignoro tutto del suo mondo e mi avvilisco perché so bene che la sua vita e quella della sua famiglia sarà difficile sempre. Mi rincuoro quando mi racconta di un bravissimo vigile di San Benedetto del Tronto (dove lui lavora l'estate) che gli è amico e l'aiuta se si caccia nei guai o di una signora di Milano che una volta gli ha regalato 50 euro da mandare ai bambini. Per una città che costruisce grattacieli inutili mi sembra uno schifo. 
È passata oltre mezz'ora l'ufficio per spedire i soldi è ormai chiuso. Li spedirà domani mattina presto. Ora se ne va. Ci abbracciamo di nuovo e lo accompagno alla porta. Non so se lo rivedrò, ma credo di sì. Devo vendere le sue quattro collane e pagargli gli altri 15 euro! 






30/4/2010



mercoledì 28 aprile 2010

Le stagioni che finiscono






Quante stagioni finiscono e finisce anche questa, tra l'affetto degli amici sempre più numerosi che tornano e tornano e tornano e si aggiungono e mi danno qualcosa ogni volta di più.
Fra poco si chiuderà questa esperienza nel negozio di via carpi e probabilmente in questa via non tornerò mai più come mai ero venuto prima.
Cosa rimarrà nel mio cuore di tutta questa energia? Rimarrà il sorriso di quanti sono entrati qui e hanno goduto con me di queste mie creature minime e affettuose. Con me e con loro.


12/4/10

Gli artisti non devono fare politica
















Gli artisti (e qui intendo il mio modo di fare l'artista e di farlo con la macchina fotografica) non devono fare politica. Gli artisti devono stare più avanti della politica. Cominciare a fare politica significherebbe fermarsi, essere impantanati, dover spiegare quello che hanno visto a persone che non hanno voluto vederlo. E' giusto che essi si dedichino alla propria politica migliore che è l'invenzione. La visione della contemporaneità un minuto prima che accada compiutamente. Per poi raccontarla agli altri. E continuare da soli. Altrimenti finiscono per essere contaminati da fattori come il tempo, il compromesso, il calcolo, la necessaria convenienza che distruggono la loro poesia e l'emozione e la politica. 

martedì 2 febbraio 2010

Le note e il pentagramma


Le note e il pentagramma li abbiamo messi insieme senza nemmeno dircelo.
Siamo stati a sentire una musica che apparentemente nessuno di noi due stava suonando per un tempo tutto sommato breve. Ma guardandoci fuori dalla porta abbiamo capito che il tempo era stato brevissimo e abbiamo avuto un fremito di paura.
Ma di cosa abbiamo avuto paura? Eravamo due persone miti e lo sapevamo.
Abbiamo forse avuto paura della disabitudine e dell'estraneità che ci bagnano ogni secondo di questa vita. Ma noi due toccavamo con le mani degli oggetti che ci erano familiari e fraterni. Allora abbiamo smesso di aver paura e abbiamo suonato insieme.
Io le note e tu il pentagramma. O viceversa, non importa. ma ti prego non farmi scherzi! Non togliermi la carta da sotto alle note. 

domenica 27 dicembre 2009

La città che ci meritiamo


Diceva Tucidide che le città non sono fatte da muri ma da uomini. Io aggiungo anche da donne (perché, sapete, a quei tempi erano nu poc' sessisti). Questa è la pubblicità sessista delle termemilano. che ha salutato l'anno vecchio. E, quindi, ognuno ha ma città che si merita! 
Peccato non poterci più andare. Alle termemilano. Ci avevo fatto un pensierino...
Per l'anno nuovo vi faccio un augurio: che possiate aderire senza freni al mio slogan IO CONSUMO CRITICO E TU?
ico

Un palo tra le gambe


Come finisce l'anno?
Più o meno così com'era cominciato!
Le pubblicità sessiste non accennano a diminuire, anzi, si mantengono saldamente al comando della classifica tra quelle stradali.
Quello che forse è migliorato in questo anno è lo slancio partecipativo di alcune donne e alcuni uomini che, già sensibilizzati, escono dal silenzio e cominciano a protestare o si associano alle nostre proteste.
Non è un segnale da sottovalutare dopo questi 30 anni di morfina cerebrale in cui le voglie di democrazia e di partecipazione si sono spente visibilmente tanto da portarci a pascolare alle soglie di una dittatura senza il minimo scalpore.
Certo, le idee delle persone comuni sulla pubblicità sono ancora molto confuse e le spiegazioni per avere successo devono durare almeno 1 ora per ogni cartellone ma, alla fine, il chiarimento arriva sempre.
Cosa fare nell'anno nuovo?
non lo so!
io avverto, quasi "controtendenzialmente" la voglia di starmene un po' in silenzio e ritornare alle mie fotografie lasciando alle altre persone dell'associazione www.protocollocontrolapubblicitasessista.it la parte più politica della lotta alle pubblicità sessiste. Forse è più utile se mi rimetto a creare delle opere su questo tema. 
È stato per me un anno di tante parole e sono effettivamente stanco. Vorrei ricominciare a produrre opere. Teatro, foto, scenografie su questo tema perché il primo gradino è facile da salire, ma la scala è lunga e potrebbe non essere percorsa.
Il 2010 sarà il ventesimo anno della mia opera "Chi è il maestro del lupo cattivo?" e forse dovrà cambiare faccia. Vorrei girare un video e montarmelo da solo per raccontare altre mie sensazioni e credo che ci riuscirò.
L'anno finisce ancora una volta con un palo tra le gambe ma si sceglie di rappresentare la scena con le fattezze gentili di una donna che non sembrerebbe una prostituta. Così come in tante occasioni si è cercato di mascherare l'ammiccamento sotto spoglie gentili.
Io questo palo l'anno prossimo vorrei farlo viaggiare. Per altri lidi e verso altre persone!
Buon 2010
Ico



giovedì 10 settembre 2009

Quando il titolo vent'anni dopo è sbagliato....


Chi è il maestro del lupo cattivo? Fin dal primo scatto questo lavoro si è chiamato così e, per ovvi motivi, il titolo non è mai cambiato in questi vent’anni. Lo avrei scelto diverso se avessi dovuto crearlo oggi? Probabilmente sì. Questo mio lungo e ossessivo lavoro di fotografia professionale e artistica – su un tema sociale pesante, come le radici della cultura della violenza sulla donna – oggi rappresenta per me una spina nel cuore non tanto per i motivi che l’originarono ma per fenomeni nuovi che allora non esistevano e che si sono imposti clamorosamente lungo il percorso. In origine, me ne andavo per le strade della metropoli milanese – sciatta e divorata da speculatori analfabeti sdoganati negli anni ’80 – fotografando i grandi cartelloni pubblicitari che coronavano palazzi, imbrattavano metropolitane, rendevano squallidi i tram, per documentare, prima a me stesso e poi alle persone che l’avrebbero visto, questo schifosissimo modo di vendere i prodotti attraverso l’esposizione dell’immagine femminile e il loro impatto sulla formazione delle coscienze dei giovani maschi che attraversavano la città.

Sì. Era incentrata la ricerca sulle conseguenze di questa sovraesposizione mediatici sessista sui maschi giovani e meno giovani. Andavo alla ricerca delle tracce dei maestri che allevavano lupi e violentatori, rispondendo ad un assunto che mi ero dato in partenza e cioè che “violentatori non si nasce”. Col passare degli anni il messaggio propagandistico è andato sempre più scivolando verso la volgarità, l’appiattimento della creatività, l’esibizione gratuita di donne in atteggiamenti da meretrici – escort si chiamano oggi – corredate da frasi sempre più esplicite e senza possibilità di equivoco: la città in cui vivevo prestava i propri muri non tanto come lavagne per la scuola di lupi cattivi, ma come luoghi della propaganda dei modelli femminili che di lì a qualche anno sarebbero diventati dominanti. Già! Scoprivo giorno dopo giorno una verità scioccante: il mio titolo era sbagliato! I giovani maschi non si erano spostati un millimetro dalle posizioni dei loro nonni in materia di rispetto e considerazione della donna. Le lezioni erano andate quasi deserte! Quelle che si erano spostate erano proprio loro: le giovani donne. Quelle migliaia di modelle disponibili che giacevano indisturbate sui muri vendevano qualcosa di più di un semplice prodotto, esse martellavano le giovani donne sulla necessità assoluta di appartenere al gruppo, al plotone delle tutte-uguali, delle ragazzine disposte a tutto per piacere ai maschi, illuse dalla stessa pubblicità di fare tutto ciò per “piacere a se stesse”. Si avviavano – neanche tanto lentamente – a diventare rampanti protagoniste, schiave della “dittatura della bellezza”.

Una manovra terra terra dal punto di vista comunicativo che si svolgeva sotto gli occhi accondiscendenti di tutte e tutti i cittadini. A Milano come altrove in Italia.

Forse questo lavoro era troppo avanti, prematuro, partito troppo presto. Quegli anni corrispondevano infatti proprio alla fase più forte della spinta verso i nuovi modelli di massificazione e – dall’altro versante – massima era la voglia e la naturalezza nell’accettarli non avendo altri valori da coltivare nel vuoto pneumatico della società che languiva intorno.

Mal si sopportava questo tipo strano di fotografo che, invece di arricchirsi fotografando le modelle distese per terra (cosa che sarebbe stata, di lì a qualche anno, acclamata da giovani fans di fotografi delinquenti), fotografava le fotografie dei fotografi che le avevano fotografate per terra e collezionava centinaia e centinaia di quegli scatti nella speranza di risvegliare l’opinione pubblica davanti a questo scempio nascente e possente.

Per quattordici anni invece non è successo nulla! Clandestinità e disprezzo, noncuranza e silenzio.  

La mia attività passava come una lama trasparente fatta d’aria: nessun segno tangibile. Poi qualcosa cambiò grazie a due amici galleristi “indipendenti” di Milano che nel 2004 misero a mia disposizione gratuitamente lo spazio di una stanza in cui esporre le opere. Ma direi piuttosto “operette”… Si videro infatti in quell’occasione 450 provini a contatto 6 x 7 cm incollati su cartoncini spillati al muro. Non c’erano fondi per le stampe e costrinsi tutti a guardare piccolo piccolo, vicino vicino, ciò che in formato 6 metri x 3 facevano finta di non vedere più. Il seguito è stato in crescendo per la mostra – con altre 9 edizioni tutte di prestigio – ma è stato un precipizio per la pubblicità e la società. Immagini sempre più violente e popolo femminile sempre più allineato, escort dentro al potere, maschi che si depilano e non ho difficoltà a dire che in questi ultimi quattro o cinque anni mi sono sentito sopraffatto. La crisi si annunciava, le amministrazioni destinavano soldi agli stipendi dei dirigenti e dei consulenti e non ne avevano per finanziare le mie campagne, i galleristi vendevano opere leggere leggere. Il mio messaggio era troppo difficile, alcuni lo definivano “impegnato”, come fosse un’offesa.

Brutta situazione per uno che combatte con la macchina fotografica battaglie sociali.

Allora ho comprato una macchinetta digitale per continuare a documentare lo scempio senza spendere più soldi miei e ho lasciato che una sorta di silenzio scendesse dentro di me. Ho appoggiato la macchina fotografica professionale sopra un ginocchio e mi sono seduto su un gradino in basso, restando in ascolto di rumori nuovi.


venerdì 3 luglio 2009

3 prostitute all'Agorà



La serata era calda ma non proprio come quelle ateniesi classiche. Si stava bene all'aperto nonostante la folla di turisti che rendevano le taverne simili agli autogrill. I quattro si aggiravano tra i tavolini malfermi e gli ospiti distratti. Avanti veniva la più alta, bella, lucida come una macchina uscita dal lavaggio, abito leggero nero con una linea nient'affatto ateniese, piuttosto milanese. Seno ben evidente con scollatura profonda, tacchi robusti e molto alti. Dietro venivano le due mezzane di altezza, non basse ma nemmeno statue come lei: diciamo due "quasi alte". L'abito identico, i seni pure e le scollature e le scarpe e i capelli e il colore della pelle pure ma venivano dopo, dietro, nella seconda linea. La più bella aveva il compito di fendere la folla e passare tra i tavolini distribuendo generose strusciate di lombi e cosce ai mangiatori che si fingevano meno distratti, per poi riemergere nei piccoli spazi liberi, come per riprendere fiato. In fondo, ma un po' in disparte veniva lui: il protettore. Un ragazzetto insignificante che, in altro contesto e con altri abiti, si sarebbe detto un pastore con le pecore. Qui era un protettore con la sua merce preziosa da esibire. Le vigilava da lontano per non intralciare il lavoro sporco. Sì sporco! le tre statue e statuette promuovevano sigarette! Oggetti che fanno venire il cancro ai polmoni. Con disinvoltura e senza proteste. O meglio... qualche protesta c'era da parte delle mogli, fidanzate, amanti che sedevano al tavolo con uomini a cui le tre si rivolgevano sfacciate. Qualche occhiataccia che veniva addolcita da un regalo più innocente dalla prima ammaliatrice: un accendino. Nero come il suo vestito. Giravano, volteggiavano tra i tavoli reggendo in mano un ridicolo espositore in plexiglas nel quale erano incastrati tre o quattro pacchetti anche loro neri. Le unghie all'ultima moda non rompevano lo scurore. Entravano e uscivano dalle file di sedie e tavoli, volavano oltre lasciando passare i camerieri che reggevano vassoi molti più prosaici ma meno dannosi alla salute. Ai nostri occhi erano uno spettacolo raccapricciante. Tre giovani donne che accettavano di esibire la propria sessualità attraverso un corpo apparecchiato ed esaltato come per una vendita, come per una processione erotica. Già! tanti secoli prima, in effetti, lì vicino passavano le processioni di vergini che salivano all'acropoli a rendere omaggio alla loro Athena. Queste ragazze certamente non potranno sapere quale brutta figura facevano ai nostri occhi perché sembravano contente, perfettamente nella parte. Loro non si sentivano delle prostitute. E come avrebbero potuto? Il loro protettore non concedeva una tregua nemmeno per bere un bicchiere d'acqua. Bisognava vendere, vendersi, essere efficienti, almeno terminare gli accendini che riempivano una brutta e goffa sacca di tela beige che pendeva sulla spalla della lunga ondeggiando pesante.

mercoledì 10 giugno 2009

Da Pericle fin qui




Discorso agli Ateniesi - Pericle, 461 a.C.

Qui ad Atene noi facciamo così.
Qui il nostro governo favorisce i molti invece dei pochi: e per questo viene chiamato democrazia.
Qui ad Atene noi facciamo così.
Le leggi qui assicurano una giustizia eguale per tutti nelle loro dispute private, ma noi non ignoriamo mai i meriti dell’eccellenza.
Quando un cittadino si distingue, allora esso sarà, a preferenza di altri, chiamato a servire lo Stato, ma non come un atto di privilegio, come una ricompensa al merito, e la povertà non costituisce un impedimento.
Qui ad Atene noi facciamo così.
La libertà di cui godiamo si estende anche alla vita quotidiana; noi non siamo sospettosi l’uno dell’altro e non infastidiamo mai il nostro prossimo se al nostro prossimo piace vivere a modo suo.
Noi siamo liberi, liberi di vivere proprio come ci piace e tuttavia siamo sempre pronti a fronteggiare qualsiasi pericolo.
Un cittadino ateniese non trascura i pubblici affari quando attende alle proprie faccende private, ma soprattutto non si occupa dei pubblici affari per risolvere le sue questioni private.
Qui ad Atene noi facciamo così.
Ci è stato insegnato di rispettare i magistrati, e ci è stato insegnato anche di rispettare le leggi e di non dimenticare mai che dobbiamo proteggere coloro che ricevono offesa.
E ci è stato anche insegnato di rispettare quelle leggi non scritte che risiedono nell’universale sentimento di ciò che è giusto e di ciò che è buon senso.
Qui ad Atene noi facciamo così.
Un uomo che non si interessa allo Stato noi non lo consideriamo innocuo, ma inutile; e benchè in pochi siano in grado di dare vita ad una politica, beh tutti qui ad Atene siamo in grado di giudicarla.
Noi non consideriamo la discussione come un ostacolo sulla via della democrazia.
Noi crediamo che la felicità sia il frutto della libertà, ma la libertà sia solo il frutto del valore.
Insomma, io proclamo che Atene è la scuola dell’Ellade e che ogni ateniese cresce sviluppando in sé una felice versalità, la fiducia in se stesso, la prontezza a fronteggiare qualsiasi situazione ed è per questo che la nostra città è aperta al mondo e noi non cacciamo mai uno straniero.
Qui ad Atene noi facciamo così.
Pubblicato il 9/5/09 da Francesco sacchi sul Blog di Principia social network

Risposta mia
Bravo Francesco, la scelta di questo testo ti fa onore e fa onore a me esserti amico, spero.
Vista da così lontano questa goccia di storia ateniese "democratica" del V sec.a.C. ci lascia sgomenti. Anche in una società in cui le donne non erano nemmeno considerate cittadine (quindi non avevano né cariche né diritto di voto), e così pure gli stranieri di padre o di madre, in una società in cui esisteva la schiavitù ufficiale e un certo modo di intendere gli altri popoli (vedi l'origine del termine "barbaro", cioè coloro che non parlano greco), alcuni concetti fondamentali erano già fissati in maniera indelebile nel cuore di tutti. Cosa è successo in questa Italia negli ultimi 30 anni da fare in modo che i candidati più votati della lega siano stati uomini di sicuro animo razzista e antidemocratico? Certamente hanno sbagliato coloro i quali hanno ritenuto che la cosa pubblica non fosse interesse di tutti. E invece Pericle (e molti altri ancora meglio e prima di lui) e tu ci fate riflettere sull'intramontabile necessità di essere sempre e comunque cittadini attivi. Così, semplicemente. Senza vergogna. Sono loro che dovranno un giorno vergognarsi.
Bravo Fra'



sabato 6 giugno 2009

Come il primo minuto che viene dopo una guerra (Ivano Fossati)

Quando dietro la curva scomparve l'ultimo carro con le armi io e mia sorella ci stringemmo la mano e tirammo su il naso che colava. Lo facemmo insieme come un segnale. La guerra era finita. Ma cosa era stata? Eravamo cresciuti di mille anni in pochi mesi e avevamo imparato cosa incredibili come camminare vicino ai morti e nemmeno guardarli. Ci sentivamo grandi, forse vecchi e non avevamo ancora 20 anni in due. Con la mano stretta come se ancora ci fosse pericolo uscimmo dalla casa senza tetto e scendemmo alcuni gradini che erano per caso rimasti puliti. Camminavamo ancora abbassati come avevamo imparato. Ma no! Non ce n'era più bisogno. Cominciammo a correre arrivando fino all'angolo del palazzo distrutto dietro il quale era scomparso il carro con le armi. Lei correva più di me perché aveva ancora le due scarpe. Io una. Ci fermammo tre o quattro metri prima dell'angolo per paura di essere visti dagli uomini del carro. Ma non sentivano più i cingoli sulla strada fatta per altri mezzi. Ci affacciammo dietro l'angolo con la memoria che ci premeva sulle tempie da dentro e ci metteva paura. Dietro la casa ora c'era il mare! Non l'avevamo mai visto il mare. Blu come gli occhi della sorella della nonna Maria. E c'era un vento bellissimo che ci lavava la faccia incrostata. Dimenticammo la guerra dopo appena un minuto. Fu il minuto più veloce della nostra vita veloce. Il cuore ci risucchiò il respiro e ci tuffammo. Sapevamo nuotare senza aver mai imparato. E nuotavamo. E nuotavamo. Senza fatica. Le lacrime si confondevano con quelle del mare. Piangevamo per quella tristezza infinita che lasciavamo dietro. Non volemmo tornare indietro. Nuotammo fino alle coste del nuovo mondo e quando uscimmo dall'acqua del mare avevamo la faccia pulita e il cuore quasi leggero. Era passato solo un minuto. Il primo minuto che viene dopo una guerra quando per quattro soldi la musica suona di nuovo, una musica dolce e lontana come il primo addio. Ci prendemmo di nuovo la mano e tirammo su il naso. Insieme. Come un segnale. Ma questa volta ridemmo. 

mercoledì 27 maggio 2009

Con il silenzio negli occhi



Dedicato a Graziella Allegri
(dall'introduzione del libro Yangtze river. Il fiume azzurro della Grande Cina)

Seguire le tracce di una  “viaggiatrice d’animo” come Graziella Allegri è un’operazione di difficile e di esito incerto. Tutti noi possiamo comprendere facilmente il valore della mirabile documentazione fotografica riportata da numerosi viaggi in paesi lontani e sconosciuti alla maggioranza dei comuni viaggiatori. Così come possiamo apprezzare la piacevolezza di un racconto scritto in tono non accademico e accessibile ad ognuno. Tuttavia, anche quando avremo compreso questi due elementi “editoriali” saremo ancora nella più totale e superficiale cecità. Muoversi tra le pagine di viaggio di Graziella richiede una dedizione particolare, un silenzio interiore al quale sempre meno siamo abituati. Unire il documento fotografico e il racconto non basta: dobbiamo riuscire a sentire anche noi il battito del cuore e il respiro dell’autrice e vibrare della stessa febbre di conoscenza e di solidarietà che ha spinto lei su e giù per le montagne dell’Asia. 
Possiamo farcela, ma a un patto: chiudere fuori dalla porta il rumore, la fretta, l’egoismo e la sfiducia e lasciarli fuori per tutto il tempo necessario a godere di questo libro e percepirne la musica.
Ecco allora che queste piantagioni di verde mais, questi Buddha enormi si misceleranno magicamente alle delicate sagome delle donne Miao e dei multicolori abiti tradizionali dei bambini, rispettando quel silenzio che per millenni le ha viste convivere fino all’avvento dei rumori della modernità.
Proprio questo è il segreto della nostra amica perennemente con lo zaino in spalle. Viaggiare in un silenzio interiore carico di amore e curiosità. In punta di piedi e con il massimo rispetto per l’ambiente, le popolazioni, gli animali, seguendo questo grande, potente, inesauribile Fiume Azzurro, ricco di acque a volte fangose ma animatore di un fluire ininterrotto di dinastie, epopee e milioni, miliardi, di semplici storie personali. 
Scrivere la storia di un fiume è un fatto bizzarro perché il fiume è in effetti un’entità geografica “a mutazione immediata”: le sue acque sono condannate ad abbandonarci sempre, non restano mai con noi, animate da questa attrazione fatale con il mare. Graziella invece ha saputo raccontarci momenti di struggente poesia in cui queste acque diventano soggetto immobile contravvenendo a tutte le regole della fisica terrestre ma non a quelle della poesia. I versi sono rive incostanti, fili d’erba che galleggiano, bambini che giocano con i piedi bagnati. Un mondo di endecasillabi appassionati che pochi hanno visto e pochi in futuro vedranno. La Allegri è innanzitutto autrice ecologista, convinta sostenitrice della salvaguardia del pianeta e dei suoi abitanti. Non a caso ha fatto della sua vita un esercizio continuo di “scienza altruistica”. Dalle formule della farmacologia ai cartelli con la scritta perentoria e impressionante “175” che vediamo in queste pagine il percorso è speciale e non scontato. Quel numero piantato sulle rive scoscese indica la quota fino alla quale tutto sarà sommerso dalle acque, una volta che la grande diga avrà cominciato a fermarle e farle lievitare. Addio ai campi sulle rive, alle foreste cadenti sulla schiuma dei gorghi. Molto sarà sommerso e non lo vedremo più.
Si capisce così l’importanza di avere tra le mani un libro così, in cui si racconta una storia che ancora non è accaduta ma che fra qualche decennio si rischia di non sapere nemmeno più che sia accaduta. Lei l’ha fermata sulla pellicola, l’ha raccontata e ce la consegna. Noi abbiamo il dovere e il piacere di far silenzio nei nostri occhi e guardare insieme a lei.
Come in una sinfonia prima dolce poi maestosa il nostro occhio scorre dalle pagine bianche di neve e di pastori fino all’assordante rumore delle acque della diga e delle potenti macchine che l’hanno costruita. Poi, magicamente, ritornerà il silenzio e ci troveremo a ripensare al nostro destino di uomini e di donne, ma con animo più leggero. 

Ico Gasparri 

martedì 26 maggio 2009

Fuori dalla tua porta ci siamo anche noi




La ragazza ha un accento del sud sembra più giovane ma ha 36 anni.
Al secondo tentativo dopo una riunione e vari impegni urgenti risponde al telefono con lunghi silenzi e mi pare imbarazzata appena capisce il contenuto della conversazione. Si scusa per il rumore dell'ufficio che io non sento.
Anche lei deve lavorare in un cosiddetto open space in cui tutti sentono tutto e non mi sembra a suo agio.
Le dico che sono un ricercatore che vuole porle delle domande su una campagna pubblicitaria di cui lei risulta essere l'"art", cioè la responsabile della "creatività".
Povera creatura mi sembra un'operaia cinese in una manifattura sfruttata dagli occidentali.
ha ragionato finora solo con la testa dei suoi padroni e non capisce bene le domande.
Non è stupida ma non è abituata a guardare fuori dalla finestra.
Cosa c'è fuori dalla tua porta? Ci siamo noi, quei milioni di persone che non la pensano come te, anzi che pensano con una testa libera e non sono costretti ad inventarsi risposte incredibili.
Mi parla di cose che conosco ma che riconosco fuori misura: target, immagine del prodotto giovanile, responsabilità di altri, campagna nata per un motivo poi finita sui muri della città perché gli hanno quasi regalato 600 spazi – dico 600 – in tre mesi perché nessuno li vuole più; mi parla di acqua cosmetica, funzionale, che in ufficio la bevono e fanno tanta pipì. Le chiedo se ha mai provato con altra acqua ma non sembra cogliere. Dice che io insinuo, che le dispiacerebbe se la sua campagna finisse in un elenco di pubblicità discriminanti perché loro, anzi, vogliono che le donne si sentano bene nel loro corpo per piacere. Se l'avessi avuta avanti con una mezz'ora di tempo a disposizione, magari le avrei chiesto "per piacere a chi? e "per farsi fare che cosa dopo essere piaciuta?"
Mi conferma candida che le tre foto sono state scattate per evidenziare quei punti che creano più problemi alle donne: cosce, seni, glutei, girovita. Ecco allora perché c'è una donna a sedere in su, una sul fianco e una seduta.
Si ma distese e sedute dove?
Lei lo chiama "appendino"
noi al sud la chiamiamo "stampella per i panni". 
In questa drammatica pubblicità si consuma a chiare lettere una rottura, diciamolo pure una "dicotomia iconografico/logica", (Miiiiiiiiiiiiiiii) in cui il corpo e la donna prendono ufficialmente due strade diverse. Il corpo diventa un abito, anzi "l'abito più bello e perfetto che una donna possa indossare" Parola sua. E della donna cosa rimane? Un'anima? sì ma scontenta finché non avrà indossato il vestito più bello. ma per indossarlo deve prima fare prima tanta pipì. Ma questa pipì da dove scorre se il corpo non c'è?
Rinuncio a girare il coltello nella piaga.
O forse il corpo perfetto si deve indossare sopra quello con la cellulite? Non lo sapremo mai. Come una tuta di superman. 
la sensazione che altre volte avevo notata, coperta sotto un velo di cattiva fede, questa volta ha un sapore diverso. Questa ragazza non è in cattiva fede. Lei ci crede davvero. Non si pone nessuna domanda perché crede che non ci siano domande da porsi. Fuori dalla sua porta ci sono animali fantastici e semitrasparenti, mal identificati e mitizzati. Tanto, nessuno farà mai veramente dei controlli sull'efficacia delle sue strategie. Poi un giorno le aziende chiudono e si parla di crisi.
Fuori dalla sua porta ci sono schemi preconfezionati lontani anni luce dalla mia visione dei fatti. Il dies irae di Mozart mi tiene compagnia ora che ci penso e capisco quanto abbiamo fatto male a stare zitti in questi 30 anni. Potremmo non farcela a rimettere questo paese in piedi. Giace coricato su cumuli si idiozie e di imbrogli. 
Le dico poi che ho intervistato oltre 50 persone sotto i tabelloni della sua "acqua funzionale" e nessuno aveva apprezzato il messaggio. Molti nemmeno avevano capito che fosse acqua da bere. Obietta che ho intervistato male, che non ho centrato il target, che ho posto le domande male perchè i giornalisti pongono le domande in modo tale da influenzare le risposte. Le dico di nuovo che non sono un giornalista ma un ricercatore e allora ricomincia che le dispiace che io abbia preso questa cantonata. Che quella pubblicità era destinata solo al target delle giovani donne.
Le chiedo allora perchè non hanno inviato a casa del target un foglietto con la pubblicità (magari col servizio posta target....)  e hanno tappezzato e tappezzeranno la città con 600 manifesti 6x3.
Mi arrendo. lei non mi chiede nemmeno come mi chiami e richiude la porta cacciando l'unicorno nel corridoio degli ascensori. Con un'aria un tantino infastidita.
Torna ad abbracciare il suo target sicura e io ripenso a come deve essere stato doloroso per mozart capire di morire senza aver ultimato la musica per il suo funerale, fermandosi proprio ai versi del Confutatis "Oro supplex et acclinis, cor contritum quasi cinis, gere curam mei finis.". Chissà se mozart scriveva per un target.